fiamma_drakon: dejichan © (Neuro_Nōgami)
[personal profile] fiamma_drakon
Titolo: Andare oltre e continuare a vivere
Rating: Rosso
Genere: Erotico
Personaggi: Baine Bloodhoof, Shandris Feathermoon, Tyrande Whisperwind
Wordcount: 8578 ([livejournal.com profile] fiumidiparole)
Prompt: Rating NSFW per la Missione 2 (settimana 7) del team Ysmaros per il COW-T #7 @ [livejournal.com profile] maridichallenge
Note: Blowjob, Drunkness, Het, Large insertion, Lemon, Modern!AU, Stomach deformation, Yuri
L’Elfa della Notte guardò il bicchiere con espressione sconvolta e innocente insieme e lentamente si raddrizzò, portandoselo alla bocca. Sorseggiò piano, tenendo lo sguardo basso come se si vergognasse.
Baine la tenne sotto controllo, rimanendole vicino per tutto il tempo. Le servirono altri due bicchieri di acqua prima che finalmente fosse abbastanza stabile da azzardarsi a parlare di nuovo.
«Io… avrei dovuto aspettarmelo…» borbottò con voce spezzata e flebile, osando alzare solo allora gli occhi verso quelli del dottore seduto vicino al suo lettino.


Bip… Bip… Bip… Bip…
La cadenza ritmica del macchinario che segna il battito cardiaco è stabile, come lo è sempre stato negli ultimi anni. Tyrande Whisperwind non ricordava di aver mai sentito una singola volta quel “bip” accelerare o rallentare né la sirena d’allarme della macchina suonare, annunciando un arresto cardiaco in corso che forse avrebbe potuto mettere fine a quel tunnel di sofferenza infinita.
Era arrivata a considerarsi a casa con quel “bip” che riecheggiava nel silenzio della stanza singola in cui veniva mantenuto in vita suo marito Malfurion Stormrage. L’Elfo della Notte giaceva nel letto immobile, il torace che si alzava e abbassava ad un ritmo lento ed esasperante, gli occhi chiusi. I lunghi capelli verdi gli contornavano il viso, scendendo sulle spalle in parte e in parte occupando il resto del cuscino. Una miriade di tubi pendevano da ogni parte, infilati nelle sue braccia e nel naso ed erano collegati ad un albero di sacche contenenti farmaci e fluidi vari. Due fili elettrici erano assicurati al suo petto e facevano capolino dalla maglia della sua veste da paziente per andare a connettersi alla macchina che restituiva sullo schermo il suo elettrocardiogramma lampeggiante.
Bip… Bip… Bip…
Tyrande andava sempre a trovarlo all’ora del passo, circa a metà del pomeriggio, anche quando usciva sfinita dal lavoro, e rimaneva fino a che qualche infermiera, notandola, non la mandava via dicendole che il tempo per le visite era terminato.
L’Elfa della Notte aveva passato così ogni giorno degli ultimi anni - quattro o forse più, ormai neanche lei teneva più il conto - ma Malfurion in tutto quel tempo non aveva mai dato nessun segno di miglioramento né di peggioramento. Rimaneva stabile e in coma.
Spesso e volentieri Tyrande gli parlava, perché i dottori le avevano detto che nonostante tutto lui poteva sentirla, e gli raccontava le sue giornate: quel che le succedeva a lavoro, come stava crescendo Shandris - la figlia che avevano adottato quand’era ancora piccola - e come le andava la scuola. Ogni volta mentre gli parlava gli prendeva la mano con delicatezza, la stringeva e l’accarezzava, nell’illusione che potesse farle sembrare tutto ciò più normale.
Whisperwind aveva appena finito di raccontare al marito delle lodi che aveva tessuto il professore di Educazione Motoria per la flessibilità e la prestanza fisica eccellente di Shandris quando udì il rumore della porta che si apriva alle sue spalle.
Si girò lentamente, pronta ad essere scacciata un’ennesima volta per essersi trattenuta più del dovuto, ma invece ad entrare non fu una delle solite infermiere - che ormai aveva imparato a riconoscere tutte dalla prima all’ultima - bensì un grosso Tauren vestito in camicia e cravatta con indosso un camice bianco e un paio di occhialetti da vista a sormontare il muso dal pelo scuro.
«Dottore… buonasera» Tyrande si alzò in piedi e si sistemò leggermente i capelli con una mano quasi senza pensarci. Si sentiva in disordine e molto probabilmente aveva anche una pessima cera per la notte in bianco che aveva appena passato a causa di nuovi incubi riguardanti suo marito, ma per ottenere un risultato migliore di quello che poteva avere con il solo make-up avrebbe avuto bisogno di un miracolo.
Baine Bloodhoof era rimasto in piedi vicino alla porta, come per non violare l’intimità della coppia.
«Buonasera… Tyrande» replicò con un lieve cenno del capo. La sua voce greve e mascolina, così diversa da quella di Malfurion - o forse no…? Non era più certa nemmeno di ricordare il suono della sua voce - era diventata fin troppo familiare alle sue orecchie.
Baine si era preso cura di Malfurion fin dal suo arrivo in ospedale. Ormai lui e Tyrande erano entrati abbastanza in confidenza da arrivare a chiamarsi per nome. Avevano trascorso molto tempo insieme in ospedale, ogni volta che avevano dovuto parlare delle possibili terapie alternative da tentare su Malfurion per cercare di farlo risvegliare.
Nonostante fosse un Tauren, Baine aveva un intelletto acuto ed era un dottore cui piaceva il suo lavoro. Si teneva continuamente informato sugli aggiornamenti riguardo i nuovi farmaci e le nuove terapie che venivano approvate, leggeva articoli scientifici e altro. Tyrande non avrebbe potuto sperare di trovare un dottore migliore per suo marito; tuttavia, Bloodhoof non riusciva a capire perché niente funzionasse con Malfurion.
La Kaldorei lo guardò in viso, nei suoi occhi dall’espressione cupa e sentì che c’era qualcosa che non andava. Non era lì per controllare lei o per assicurarsi che le condizioni di Malfurion fossero effettivamente stabili come i macchinari davano a vedere.
Whisperwind si allontanò dal capezzale del marito e andò verso il medico. Teneva stretta la borsetta tra le mani che tremavano appena.
«C’è… qualcosa che devi dirmi?» chiese a bassa voce. Aveva il tono di chi temesse la risposta che sarebbe potuta arrivare.
Baine immaginò che parlasse così piano in virtù della sua profonda convinzione che Malfurion potesse sentire ogni cosa che veniva detta intorno a lui. Come dottore lui le aveva detto che c’era quella possibilità, ma non che fosse una certezza assoluta; tuttavia, capiva anche che quella era l’unica speranza cui poteva ancora aggrapparsi perché Malfurion non le sembrasse definitivamente morto.
Il Tauren annuì, poi aprì la porta e si fece da parte per farla passare.
«Vorrei parlarti… riguarda tuo marito» disse semplicemente in tono criptico, al che la sua interlocutrice non poté fare altro che uscire.
Baine la seguì fuori e la scortò verso il fondo del corridoio, non troppo lontano dalla stanza di Malfurion, dove si trovavano una macchinetta del caffè e un distributore di bevande e snack. Lì accanto c’erano anche delle sedie.
Il corridoio era vuoto. Non c’erano nemmeno infermiere che passavano per lì. Erano completamente soli.
Baine la invitò a sedersi con un gesto della mano, e Tyrande si accomodò. Aveva l’aria tesa, come se si aspettasse una pugnalata da un momento all’altro. Baine era dispiaciuto di dover aggiungere un altro dispiacere, forse quello definitivo, alla già enorme lista che la povera Elfa della Notte aveva accumulato nel corso degli anni. Avrebbe avuto probabilmente bisogno dell’aiuto di un bravo psicologo nel corso di tutti quegli anni passati a parlare con suo marito nella speranza che si ridestasse all’improvviso, come per miracolo, ma lei aveva sempre rifiutato quell’opzione con ostinazione.
«Sto bene, non ho bisogno dell’aiuto di uno psicologo» gli aveva risposto ogni volta che aveva cercato di proporle quell’alternativa, ma era chiaro da come gli appariva sfinita e spenta che avesse bisogno di un aiuto, di poter avere di nuovo una vita normale.
«D-di cosa si tratta?» la voce di Tyrande era incrinata per la tensione.
«Vuoi… un caffè?» temporeggiò Bloodhoof.
«Baine…» replicò la Kaldorei in tono quasi di supplica.
Il medico esalò un pesante sospiro e poi prese posto accanto a lei. La sua stazza enorme fece sì che la sedia cigolasse sotto di lui e che Whisperwind si dovesse spostare leggermente per non essere investita dal suo robusto braccio.
Il Tauren prese un respiro e intrecciò le mani, curvandosi in avanti per appoggiarsi con i gomiti sulle gambe.
«Anche l’ultimo trattamento… stiamo provando da un mese, ma Malfurion continua a non rispondere. Come per gli altri…» disse. Era meglio non girarci troppo intorno, per non prolungare inutilmente la sofferenza che le sue parole avrebbero causato.
Tyrande chiuse gli occhi e si alzò in piedi. Passeggiò avanti e indietro percorrendo la larghezza del corridoio un paio di volte prima di tornare verso Baine. Avrebbe dovuto aspettarselo. I segni erano chiari.
«Quale altra terapia possiamo provare?» chiese subito.
A differenza delle altre volte, Baine non si lanciò nella spiegazione di chissà quale terapia innovativa con il fervore di chi stava facendo una campagna promozionale a un nuovo prodotto commerciale. Abbassò piuttosto lo sguardo con aria dispiaciuta.
Tyrande sentì una voragine aprirsi dentro di lei.
«C’è qualche altra cosa che possiamo provare… vero?» domandò, cercando un qualche segno positivo nel viso del Tauren. Le bastava un sorriso appena accennato, un segno col capo, qualunque cosa.
Il dottore alzò mestamente lo sguardo su di lei.
«Abbiamo provato… tutte le terapie disponibili al momento. L’unica alternativa rimasta è… mantenerlo stabile fino a che non si riesca a trovare qualcosa di nuovo» Baine scosse la testa e finalmente osò rialzare lo sguardo sull’Elfa della Notte «… ma potrebbero volerci anni… molti anni… e forse potrebbe anche…» il Tauren non terminò la frase, ma la conclusione rimase sospesa in aria, tra di loro, chiara e palpabile ad entrambi.
Tyrande lo guardò, gli occhi argentei spalancati e vitrei. Sentì qualcosa di caldo pungerle ai lati degli occhi. Era una donna forte e coraggiosa, e per la prima volta da quando Malfurion era entrato in coma sentì il bisogno di piangere.
Realizzò improvvisamente quanto quell’infinità di terapie fosse stata importante per alimentare le sue speranze di tornare un giorno a poter abbracciare suo marito, vigile e sveglio. Si era aggrappata alla certezza che continuando con le terapie qualcosa sarebbe riuscito a compiere il miracolo come ad un’ancora di salvezza, ma adesso anche quella era sparita e lei era rimasta da sola ad affrontare l’immenso oceano della vita.
Un velo di lacrime le offuscò la vista, ma cercò di andare verso Baine come se fosse l’unico porto sicuro rimastole. Le sue gambe cedettero e lei franò a terra tremando come una foglia.
Il Tauren fu subito chino su di lei. Le afferrò con forza e gentilezza insieme le braccia esili e la scosse leggermente per farla rimanere cosciente. Lo sentì chiamare più volte il suo nome, ma la sua voce calda e virile le arrivava ovattata e distante.
Strinse leggermente le mani attorno ai suoi avambracci, ma sentiva le dita deboli come il resto del suo corpo.
Vide il pavimento allontanarsi sotto di lei e un paio di grosse braccia stringerla. Baine l’aveva presa in grembo e la stava portando via dal corridoio verso una meta a lei ignota, ma non fece niente per fermarlo: in quel momento, il suo torace ampio e solido erano tutto ciò di cui aveva bisogno. Si rannicchiò contro di lui e singhiozzò forte, senza preoccuparsi dell’eye-liner sbavato che le creava inquietanti ombre nere sotto gli occhi stanchi e men che meno del fatto che stava imbrattando il camice immacolato di Baine.
Quest’ultimo pareva preoccuparsene ancor meno di lei. Immaginava che la notizia che aveva da darle avrebbe avuto un certo impatto, ma non pensava di destabilizzarla in quella maniera. Era una donna a pezzi e lui si sentiva pienamente responsabile.
Benché fosse consapevole del fatto che era vietato che i medici stringessero rapporti con i loro pazienti o i parenti di questi ultimi, arrivato a quel punto poteva farci ben poco. Tyrande aveva vissuto dentro il suo reparto per più di quattro anni e aveva messo interamente nelle sue mani il destino di suo marito. Non aveva potuto esimersi - pur impegnandosi per farlo - dall’avvicinarsi alla Kaldorei.
La condusse nel suo studio, che fungeva anche da ambulatorio per piccole visite. La adagiò sul lettino delicatamente, lasciando che si rannicchiasse su un fianco in posizione fetale, continuando a piangere e singhiozzare.
Baine prese un bicchiere di carta dal dispensatore annesso al distributore dell’acqua e lo riempì, quindi tornò da Tyrande e glielo porse.
Non parlò. Non sapeva cosa dirle per mitigare il dolore che aveva provocato. Cercò solamente di farle stringere il bicchiere tra le dita con presa ferma abbastanza da non rovesciarne il contenuto.
L’Elfa della Notte guardò il bicchiere con espressione sconvolta e innocente insieme e lentamente si raddrizzò, portandoselo alla bocca. Sorseggiò piano, tenendo lo sguardo basso come se si vergognasse.
Baine la tenne sotto controllo, rimanendole vicino per tutto il tempo. Le servirono altri due bicchieri di acqua prima che finalmente fosse abbastanza stabile da azzardarsi a parlare di nuovo.
«Io… avrei dovuto aspettarmelo…» borbottò con voce spezzata e flebile, osando alzare solo allora gli occhi verso quelli del dottore seduto vicino al suo lettino. Aveva un aspetto preoccupato ma anche molto professionale mentre sedeva nell’enorme poltroncina munita di ruote che aveva trascinato al suo capezzale da dietro la sua ampia scrivania piena di documenti e cartelle tenute in perfetto ordine.
«Mal… io...» un singulto le spezzò la voce in gola, costringendola a fermarsi momentaneamente per riprendere un minimo di contegno «… non posso continuare così… da sola…».
Baine si alzò e prese dalla sua borsa personale un pacchetto di fazzoletti di carta, l’aprì e ne cavò fuori un fazzoletto. Lo porse all’Elfa della Notte, la quale l’accettò di buon grado.
«Se posso permettermi un consiglio…» esordì Bloodhoof con fare leggermente esitante «… dovresti cercare di pensare più a te stessa e un po’ meno a Malfurion. Finché è qui puoi star sicura che è in buone mani… come lo è stato in tutti questi anni» disse.
Tyrande si soffiò il naso forte e quando il Tauren arrivò a menzionare suo marito, la Kaldorei si sciolse nuovamente in lacrime.
Baine le passò un altro fazzoletto.
«Mi dispiace, non era mia intenzione farti piangere ancora» esclamò, profondamente a disagio. Emise uno sbuffo e si grattò la nuca ingobbita e piena di pelo nero. Avrebbe dovuto essere abituato ad essere latore di cattive notizie, nel reparto in cui lavorava era quasi cosa di ordinaria amministrazione.
Perché con Tyrande era così difficile rimanere distaccato e privo di sensi di colpa…?!
Il Tauren guardò l’orologio che portava al polso e che segnava quasi le sei. Un’idea gli attraversò la mente.
«Permettimi di riaccompagnarti a casa» disse, alzandosi in piedi.
L’Elfa della Notte lo guardò con aria spaesata e confusa, al che il suo interlocutore cercò di spiegarsi meglio: «Il mio turno finisce tra pochi minuti… e non posso farti tornare a casa da sola in queste condizioni. Rischieresti di farti male».
Le guance di Tyrande ripresero un po’ di colorito a quella delucidazione: era molto gentile da parte sua offrirsi di riaccompagnarla a casa.
«N-non serve, Baine… davvero, posso farcela da sola…» replicò in tono esitante, scendendo lentamente dal lettino. A tradire le sue parole immediatamente ci pensarono le sue gambe, che cedettero leggermente non appena mise piede a terra, facendola finire dritta tra le braccia del Tauren. Le risultarono molto più solide al tatto di quanto le fossero parse forti poco prima.
Baine le lanciò un’occhiata di bonario rimprovero.
«Sei venuta in macchina?» le domandò.
Tyrande scosse il capo in segno di diniego.
«Sono… venuta a piedi da lavoro» rispose «Per andare a casa posso usare l’autobus».
L’ufficio presso il quale lavorava come segretaria era nel pieno centro della città e ciò significava che i posti per le auto erano pressoché inesistenti, motivo per cui per andare a lavoro e tornare a casa dall’ospedale ogni sera utilizzava gli autobus.
Baine scosse la testa con vigore.
«Preferisco assicurarmi di persona che tu arrivi a casa sana e salva» rispose in un tono che non ammetteva repliche.
La appoggiò nuovamente seduta sul lettino e andò verso l’appendiabiti posizionato vicino alla sua scrivania. Si tolse il camice, rivelando una camicia azzurra stirata e pulitissima tesa sul suo ampio torace come se facesse fatica a contenerlo, anche se di fatto Baine pareva essere perfettamente a proprio agio.
Sotto il risvolto del colletto fuoriusciva la cravatta, blu scura con righe trasversali bianche. I pantaloni erano neri e abbastanza aderenti e seguivano la piega all’indietro delle zampe posteriori di Baine, lasciando scoperti gli zoccoli spessi. La coda faceva capolino da un buco apposito sul retro, mentre a livello del cavallo dei pantaloni c’era una lieve protuberanza piuttosto grossa in dimensione ma non evidente. Tyrande la notò solo perché si era messa ad esaminare il dottore mentre indossava una giacca dello stesso colore dei pantaloni, altrimenti non se ne sarebbe accorta.
Immaginò che dovesse essere molto dotato perché il profilo dei suoi attributi si vedesse così chiaramente.
«Andiamo. Ricordati di prendere la borsetta».
La voce di Baine la distrasse dal suo esame. Il Tauren aveva messo via gli occhiali da vista - probabilmente li utilizzava solo per il lavoro - e stringeva nella mano una borsa di pelle scura. Strinse la sua borsa e scese cautamente dal letto. Baine le allungò un braccio per aiutarla a camminare, ma già arrivati alla porta era perfettamente in grado di stare in equilibrio sui suoi piedi da sola. La sua faccia era un disastro, così come i suoi capelli.
Uscirono insieme dall’ospedale e Bloodhoof la scortò alla sua macchina, che ovviamente doveva essere proporzionata alla stazza del suo proprietario: era un grosso fuoristrada di un bel nero metallizzato. Baine salì senza difficoltà dal lato del guidatore ma Tyrande dovette fare un po' più fatica ad arrampicarsi dentro a causa della distanza tra l’asfalto e l’abitacolo.
I sedili erano grandi anche quelli, tanto che la Kaldorei si sentiva quasi una bambina al confronto, mentre per Baine erano della misura perfetta perché riuscissero a contenerlo. Quest’ultimo mise in moto e chiese: «Dove stai?».
Tyrande gli diede l’indirizzo di casa sua e Baine impostò il navigatore affinché gli indicasse la strada, quindi partirono.
Ci misero venti minuti ad arrivare. Tyrande viveva in una villetta circondata da un bel giardino con tanto di garage con vialetto annesso, situata verso la periferia della città. Malfurion aveva un bel lavoro ed avevano potuto comprarla direttamente coi loro risparmi, senza il mutuo. Era stata una fortuna, perché adesso con il solo stipendio da segretaria dell’Elfa della Notte non avrebbe potuto estinguere il mutuo e sostenere anche le altre spese ordinarie.
Baine entrò nel vialetto e parcheggiò lì. Il garage era chiuso ma probabilmente era occupato.
Scese dalla macchina e andò ad aprire a Tyrande, l’aiutò a scendere e la accompagnò a casa.
L’Elfa suonò il campanello e dopo neanche due secondi la porta si aprì su una Kaldorei adolescente in tuta da ginnastica e con un’espressione indignata in faccia.
«Mamma! Stavo cominciando a preoccuparmi!» disse mentre apriva, ma quando la luce del corridoio si riversò all’esterno il suo cipiglio si fece più cupo e preoccupato.
«Cosa è successo?» domandò in tono greve, prendendo Tyrande tra le braccia e scuotendola piano «Riguarda papà? Non è mica…?».
Non terminò la frase. Disperata, guardò verso il misterioso accompagnatore di sua madre. Non era stata molte volte in ospedale a trovare Malfurion, sua madre non voleva che stesse male come lei. Bastava la sua sofferenza per entrambe. Perciò non conosceva il medico di Malfurion.
Baine vide la paura nel suo sguardo e rispose: «Malfurion è ancora in vita».
«Oh… sia lodata Elune!» esclamò «Ma allora perché la mamma è così…?» chiese ancora al Tauren.
«È meglio che sia lei a spiegartelo» dice lui semplicemente, poi si girò e fece per andarsene.
Tyrande allungò una mano per trattenerlo, afferrandolo per la giacca.
«Aspetta» dice «Entra… vorrei ringraziarti per l’aiuto…».
«L’ho fatto volentieri, non c’è bisogno di...»
«Insisto» Tyrande parlò con voce ferma dalla prima volta che si erano visti quel giorno.
Dinanzi a tanta insistenza, Bloodhoof non poté resistere.
«Va bene» acconsentì.
Shandris condusse dentro casa sua madre, lasciando spazio a Baine per entrare. Il Tauren entrò nel breve corridoio. Non si tolse la giacca e seguì Shandris fino a che la ragazza non gli indicò un ingresso laterale.
«Può aspettare in soggiorno mentre aiuto mia madre a darsi una sistemata?» lo invitò «Può guardare la TV, faccia come a casa sua» aggiunse, poi spinse la madre verso il fondo del corridoio e su per una scaletta a chiocciola bianca, verso il piano superiore.
Baine rimase perplesso alla sua affermazione; tuttavia, non aveva niente di urgente da fare nell’immediato e se fosse andato via di nascosto temeva che Tyrande potesse prendersela.
Impacciato, andò nel salotto come gli era stato suggerito dalla giovane Kaldorei. Era una stanza modesta, arredata semplicemente e illuminata con un bel lampadario di cristallo. Le finestre erano molte e tra due di esse - più o meno a metà della parete che dava verso il giardino - si trovava una libreria con numerosi volumi ordinatamente riposti. Al centro della stanza si trovava un lungo divano ad angolo bianco che guardava verso uno schermo TV piatto abbastanza grande - anche se Baine ne aveva uno ben più grosso nel suo soggiorno.
In un angolo c’era un tavolo con delle sedie e lì vicino si apriva un arco nella parete dal quale si accedeva direttamente alla cucina. Da quel che il Tauren riusciva a scorgere, quella stanza era piuttosto piccola.
Bloodhoof sistemò la sua borsa contro il bracciolo del divano e poi si mise seduto. Prese il telecomando abbandonato vicino a lui e accese la TV. Fece zapping per un paio di minuti prima di trovare un canale che trasmetteva il telegiornale e si mise a seguirlo.
Nel frattempo Shandris aveva condotto Tyrande nel grosso bagno con vasca al piano superiore e aveva aperto l’acqua mentre si occupava di struccare sua madre.
Whisperwind le raccontò ciò che Baine aveva detto riguardo le condizioni di Malfurion, non senza versare altre lacrime. Anche Shandris pianse, ma in maniera più contenuta: amava sì suo padre, ma non nella misura in cui amava la madre.
La felicità di Tyrande era tutta la sua vita. Era morbosamente ossessionata da lei.
«Mamma, non pensarci ti prego» disse, stringendola a sé «Devi farti forza. Papà non vorrebbe vederti così triste e abbattuta...».
«Oh, Shandris…!» replicò Tyrande, aggrappandosi a lei con forza.
Le due rimasero abbracciate per alcuni istanti, poi la più giovane si staccò e sorrise all’altra.
«Ti aiuto a darti una lavata. Spogliati» esclamò Shandris.
Tyrande iniziò a togliersi gli abiti lentamente, al contrario di sua figlia, che si sfilò la tuta alla velocità della luce. Una volta nuda aiutò la madre a fare altrettanto e la guidò all’interno della vasca. L’acqua era calda ed era quasi al livello del bordo.
Si immersero e Tyrande si sedette sul fondo. Shandris si mise vicina a lei e l’aiutò ad insaponarti i capelli con lo shampoo, quindi le risciacquò la testa.
Tyrande all’improvviso sentì un paio di dita affusolate accarezzarle la sua zona sensibile tra le cosce. I suoi occhi stanchi si aprirono di colpo e un mugolio di sorpresa e piacere le scappò di bocca prima che avesse modo di reprimerlo.
Shandris le si sedette di fianco, strusciando i seni contro il suo braccio. Alla giovane Elfa della Notte piaceva sua madre non solo in senso strettamente affettivo, ma anche sessuale. In tutti quegli anni in cui le due erano rimaste da sole ad aspettare che Malfurion si risvegliasse, ci aveva pensato Shandris a soddisfare i bisogni sessuali di Tyrande, nonché i propri.
A sua mamma non dispiaceva per niente: amava sua figlia con tutto il cuore e il fatto che facessero sesso insieme era solo una maniera più originale di dimostrare tale sentimento.
Shandris le stuzzicò il clitoride con dita esperte, spingendola a mugolare più forte, poi scese ad accarezzarle la zona tra le labbra.
«Lascia che ti rilassi, mamma… ne hai tanto bisogno…» le sussurrò all'orecchio in tono malizioso.
Tyrande appoggiò la testa contro il bordo della vasca e la reclinò all’indietro mentre allargava le gambe per godere meglio delle attenzioni di sua figlia.
Quest’ultima sapeva esattamente dove andare a toccare per stimolarla al meglio e non si peritò a farlo. La guardò contrarsi e rilassarsi, tendersi e gemere, e poi venire finalmente con verso osceni di sollievo.
Shandris a quel punto impegnò entrambe le mani a titillare i capezzoli duri mentre si sedeva a cavallo delle sue gambe.
«Mamma… dovresti cercare di divertirti un po'. Non puoi spegnerti insieme a papà…» le disse, continuando a stimolarle la cima dei capezzoli.
Tyrande la guardò. Era l’unica cui dava davvero ascolto da quando Malfurion era stato portato in ospedale.
«Shandris…» scosse piano il capo, affranta e confusa «Cosa dovrei fare? Malfurion…».
Scosse di nuovo la testa. Nemmeno riusciva a dirlo.
Sua figlia le accarezza il profilo rotondo di un seno, fingendosi pensierosa.
«Potresti approfittare del tuo gentile accompagnatore» le disse «È un Tauren… sai quanto ce l’hanno grosso quelli della sua razza?».
Shandris non aveva mai visto un pene di Tauren dal vivo, ma aveva sentito dire dalle sue compagne di scuola che scomparsi un Tauren era al limite della sopportazione fisica, e sua madre aveva bisogno di una vera e propria scossa di vitalità. Inoltre sapeva bene quanto le piacesse riempirsi la vagina di giocattoli di forma fallica fino quasi ad esplodere: spesso e volentieri chiedeva proprio a lei di inserire gli ultimi.
Aveva bisogno di un uomo che la soddisfacesse come quando aveva con sé Malfurion, se non addirittura di più, e chi meglio di un Tauren poteva portare a termine un compito simile?
Se si fosse distratta dal pensiero che suo marito forse non sarebbe mai tornato sarebbe sicuramente riuscita a vivere meglio. Shandris era stanca di vederla sempre tesa, sempre esausta e di dover insistere ogni volta per spingerla a fare sesso, un sesso di cui aveva disperatamente bisogno per distendere i suoi nervi a fior di pelle.
Tyrande la guardò come una bambina smarrita, al che sua figlia dovette insistere.
«Mamma… pensa a quanto potresti sentirti piena con quel Tauren. Sarà molto meglio dei tuoi giocattoli» le fece presente «Un Tauren è molto più grosso».
Tyrande la guardò con rinnovato interesse.
«Più grosso?» domandò, come se non avesse ben afferrato il discorso. Ricordava il profilo che era riuscita a scorgere mentre Baine si cambiava ma non si era posta alcun dubbio riguardo a quanto potesse essere effettivamente grosso mentre scopava.
«Enorme» puntualizzò la figlia.
Whisperwind si ritrovò curiosa di sperimentarlo e più vogliosa di quanto fosse mai stata nell’arco di quei lunghi anni. Le mancava terribilmente fare sesso con un uomo. Malfurion era bravissimo a darle piacere. Era dolce e appassionato quando facevano sesso, anche se faticava a ricordare nei dettagli.
Baine dava l’idea di poter essere delicato e violento a seconda delle necessità, e se quello che Shandris aveva detto era vero, dentro i pantaloni doveva avere un mostro che sarebbe stato meraviglioso avere dentro di lei. Non avrebbero nemmeno dovuto usare il preservativo: le loro razze erano incompatibili, non c’erano alcune possibilità che rimanesse incinta neanche se fosse stata nei suoi giorni più fertili.
«Ma… come faccio? Non accetterà mai di venire a letto con me. È il medico di tuo padre» obiettò Tyrande, di nuovo abbastanza in sé. La losca proposta di sua figlia l’aveva riscossa dal torpore depresso in cui era caduta in ospedale.
Shandris sogghignò con aria perversa.
«Invitalo a cena fuori… per ringraziarlo dell’aiuto. Andate con la sua macchina, così sarà costretto a riaccompagnarti a casa…» esordì la giovane Elfa della Notte.
Tyrande era animata dalla lussuria più sfrenata in quel momento. Se non ci fossero stati dei documenti nello studio di Malfurion a testimoniare il contrario, si sarebbe detto che erano veramente madre e figlia, per sangue.
«… lo invito per un caffè, lo correggo con qualcosa di forte e poi lo convinco» concluse Whisperwind.
«Persino un Tauren da ubriaco non può resistere a delle avance… e tu mamma sei splendida» commentò in tono di approvazione.
Si alzò in piedi nella vasca, rivelando i capezzoli duri e dritti.
«Andiamo, devi farti bella per il tuo spasimante! Non abbiamo tempo da perdere!».
Tyrande si alzò in piedi con impeto, la schiena dritta e lo sguardo che brillava di determinazione e eccitazione. Insieme uscirono dalla vasca e si avvolsero nei loro accappatoi, quindi uscirono di corsa dirette verso la camera da letto di Tyrande.

Baine udì distintamente il brontolio del suo stomaco - l’ennesimo - e lanciò un’occhiata all’orologio che portava al polso. Era passata più di un’ora da quando era stato cortesemente invitato a restare nella casa di Tyrande e ancora non aveva visto riapparire né la madre né la figlia.
Aveva girato almeno tre telegiornali prima di stufarsi della televisione e spegnerla, rimanendo a contemplare il silenzio e ad ascoltare i lamenti sempre più forti del suo stomaco. Solitamente non era tipo da protestare quando doveva ritardare un pasto per qualche ragione; tuttavia, in quel frangente non c’era di fatto niente che glielo impediva.
Al nuovo cupo brontolio si alzò in piedi, stanco, e si avviò verso il corridoio: era arrivato ad un punto per cui non gli importava più niente di sembrare maleducato, aveva bisogno di andare a cenare. Inoltre, era stanco per il prolungato turno in ospedale e non vedeva l’ora di andare a casa a riposarsi, mettendosi a letto a leggere un bel libro a pancia piena.
Arrivò sullo stipite del soggiorno e dovette bloccarsi: Tyrande gli era appena apparsa dinanzi.
L’aiuto di sua figlia le aveva giovato enormemente, pareva quasi un’altra persona rispetto a quella che aveva incontrato in ospedale.
I lunghi capelli verde-blu erano raccolti in un alto chignon dietro la testa e solo la parte inferiore ricadeva ad accarezzare morbidamente le sue spalle lasciate nude dal tubino nero plissettato che indossava. Le forme del suo corpo erano messe in risalto nei punti giusti dall’abito elegante. I seni parevano voler esplodere fuori della scollatura procace e Baine non riuscì a non pensare a quanto potessero essere morbide quelle rotondità.
Le gambe erano rivestite da calze nere molto poco coprenti e i piedi calzava un paio di scarpe nere laccate con un bel tacco alto.
Si era truccata di nuovo, rimuovendo ogni traccia delle sbavature del pianto, e il suo sguardo adesso era sicuro di sé e sensuale.
«Tyrande… vedo che ti sei ripresa bene… mi fa piacere» disse, accennando un sorriso «Io… devo proprio andare, mi dispiace».
Il suo stomaco brontolò proprio in quel momento, facendolo sobbalzare leggermente per il disagio di essere colto in flagrante nelle sue debolezze.
L’Elfa della Notte lo guardò sorridendo. Il suo viso si illuminò e Bloodhoof non poté non pensare quanto fosse bella quando sorrideva.
«Aspetta, ti prego. Visto che mi hai aiutata a tornare a casa oggi, permettimi di sdebitarmi invitandoti a cena. C’è un buon ristorante non molto lontano da qui» esclamò la padrona di casa in tono suadente.
Baine in un primo momento fu tentato di rifiutare l’invito, ma poi l’appetito a lungo messo in secondo piano e ignorato con un grosso sforzo di autocontrollo ebbe la meglio. Se fosse andato a cena con lei l’avrebbe fatta felice senza farle sprecare quel bel completino elegante e avrebbe potuto anche mangiare entro un ragionevole lasso di tempo. Come diceva il proverbio, “due piccioni con una fava”.
«D’accordo, grazie» il Tauren annuì con garbo «Andiamo con la mia macchina?» chiese.
Tyrande gli si aggrappò al braccio, attirando a sé l’arto finché il suo gomito non le accarezzò i seni.
«Va bene» acconsentì la Kaldorei «Vedrai, quel ristorante è molto carino, sono sicura che ti piacerà!» commentò mentre alzava lo sguardo verso il suo interlocutore.
Quest’ultimo si rese improvvisamente conto di quanto fosse realmente coinvolto con lei. Tutti quegli anni passati a curare suo marito e consolarla e darle nuove e fallimentari speranze erano riusciti a farlo invaghire. La cattiva notizia era che non sapeva come tirarsene fuori. Arrivato a quel punto, dopo aver addirittura accettato di andare con lei a cena nonostante fosse pienamente consapevole di quanto fosse eticamente sbagliato essendo lei la moglie di un suo paziente, non era nemmeno convinto di volersene tirare fuori.
Uscirono di casa e risalirono sulla sua macchina, il tutto sotto l’attento e divertito sguardo di Shandris, che spiava la coppia dalla finestra della sua camera con malsana eccitazione.

Due ore e mezza dopo tornarono. Baine si era lasciato convincere a tornare da Tyrande per bere un amaro e già che c’era l’aveva anche riaccompagnata a casa con la sua macchina.
Adesso che era a pancia piena, il Tauren si sentiva decisamente meglio. La sua accompagnatrice, pure, doveva aver avuto un grande appetito, a giudicare dalla velocità e dalla voracità con cui aveva fatto sparire la sua cena.
Il fatto che avesse appetito significava senz’altro che si sentiva meglio.
Durante la cena avevano parlato molto e la Kaldorei gli aveva fatto un sacco di domande riguardo la sua vita privata. Sembrava molto curiosa di saperne quanto più possibile su di lui.
Baine aveva soddisfatto la sua curiosità al meglio che aveva potuto. Del resto, non aveva niente da nascondere.
Tyrande aprì con uno scatto la porta di casa e scivolò all’interno. Accese la luce nel corridoio e si fece da parte per far entrare Baine, il quale chiuse la porta alle spalle.
L’Elfa della Notte andò verso il soggiorno, accese la luce e fece un cenno verso il tavolo.
«Accomodati, io cerco l’amaro» esclamò rivolta al suo accompagnatore prima di sparire in cucina.
Baine prese una sedia, la scostò e vi si sedette piano. Era di medie dimensioni e, come aveva previsto, cigolò in maniera preoccupante sotto il suo peso. Le zampe tuttavia ressero senza piegarsi o che, cosa di cui fu immensamente grato.
Rimase fermo in attesa che la padrona di casa ritornasse, cosa che accadde nel giro di alcuni minuti. Baine la guardò con un sorriso teso mentre appoggiava sul tavolo un paio di bicchieri e una bottiglia a parallelepipedo contenente un liquido scuro.
«Quello non è amaro» le fece notare il Tauren con una punta di rimprovero nella voce.
«Non ho trovato altro. Eppure ero convinta di averlo…» rispose Tyrande con aria dispiaciuta «Un po’ di liquore?» chiese.
Baine ci pensò su un momento, poi le avvicinò il bicchiere che aveva appoggiato verso di lui. Anche se doveva guidare, un singolo bicchierino di liquore che male poteva mai fargli?
Peccato che non fu proprio un solo bicchiere quello che bevve. Solitamente evitava di bere certi tipi di alcolici, ma gli piacevano molto e per una volta che si era lasciato ghermire dalla tentazione era andato fino in fondo.
Tyrande gli riempiva costantemente il bicchiere, chiacchierava e lui beveva. Anche lei sorseggiava dal suo, eppure Baine non riusciva a ricordare di averglielo mai visto quasi vuoto. Probabilmente ricordava male.
Whisperwind lo vedeva capitolare poco a poco. Presto lo avrebbe avuto in pugno.
All’improvviso Bloodhoof si alzò in piedi, appena malfermo sugli zoccoli.
«Devo… devo andare» disse. L’alito gli puzzava terribilmente di alcol ed era palese che fosse alticcio; tuttavia ancora riusciva ad articolare parole di senso compiuto.
Tyrande era ammirata dalla sua tenacia, ma lei aveva ancora degli assi nella manica per farlo cadere nella sua trappola definitivamente.
«Aspetta… sei ubriaco, non vedi? Non puoi guidare così! Ti prego, resta qui per stanotte…» disse, alzandosi in piedi e allungandosi attraverso il tavolo per bloccarlo. Gli afferrò l’avambraccio, stringendolo per attirare la sua attenzione.
Bloodhoof si girò a guardarla con espressione innocente e i suoi occhi catturarono subito l’immagine dei suoi seni che sporgevano dalla scollatura e che parevano più abbondanti a causa della posizione di lei.
Tyrande vide subito dove la sua attenzione si era focalizzata ed accennò un sorrisetto. Compresse piano le braccia contro il petto, per mettere maggiormente in risalto i seni.
Baine si bagnò le labbra e poi scosse leggermente la testa per riprendersi.
«Va bene» acconsentì. Era un medico, ne sapeva abbastanza dei problemi che l’alcol causava in chi guidava e specialmente di quanta gente fosse finita in ospedale per colpa di qualche ubriaco alla guida. Non voleva aggiungersi all’elenco.
Tyrande gli sorrise apertamente e in maniera seducente. Il Tauren si sentì riscaldare da quell’espressione come se lo stesse cuocendo con gli occhi.
Aggirò il tavolo con agilità e in un batter d’occhio gli fu al fianco, aggrappata saldamente al suo grosso braccio avvolto nella sua giacca elegante. Lui sentì distintamente la morbida pressione dei seni poco sopra il gomito.
«Ti accompagno di sopra».
Tyrande fremeva d’impazienza. Rimanere così apparentemente impassibile e gentile nei suoi confronti le richiedeva un immenso sforzo di autocontrollo. Da quando erano ritornati a casa sua aveva cominciato a costruirsi eccitanti fantasie erotiche che avevano trasformato le sue mutandine in un fragile è assolutamente insufficiente argine per i suoi umori. Se sfregava le cosce poteva sentire il bagnato del tessuto per la quantità di umori che aveva già prodotto.
Baine riusciva a camminare quasi come se fosse sobrio. Aveva solamente piccoli tentennamenti ogni tanto, momenti che Tyrande sfruttava per spalmarglisi spudoratamente addosso.
Lo spinse su per la scala a chiocciola - striminzita per uno della sua taglia - e poi lo condusse verso la camera da letto.
Varcando la soglia, Baine si ritrovò a brancolare nella penombra verso la grande massa rettangolare che doveva essere per forza di cose il letto. Tyrande gli si aggrappò alle spalle da dietro, afferrando il colletto e tirando per spogliarlo.
«Ti aiuto a liberarti di questi… scomodi vestiti…» gli sussurrò.
Bloodhoof percepì un cambiamento nel suo tono di voce, che gli pareva più intimo, ma forse era solo colpa del liquore.
«Grazie...» disse con tono di voce un po' più basso.
Si piegò leggermente sulle zampe e abbassò le spalle per agevolare la rimozione della giacca, poi iniziò ad aprire lentamente i bottoni della camicia. Tyrande lo aggirò e gli aprì senza convenevoli la cintura, sfilandola e gettandola a terra, poi gli calò le braghe, prendendo insieme pantaloni e biancheria. Bloodhoof si era intanto aperto la camicia e la sfilò facilmente, lasciandola sul pavimento e rivelando il torace ampio e piatto, solido, ricoperto di pelliccia nera. Era possente come solo i Tauren potevano essere e a lei la cosa piaceva. In quel momento era estremamente felice dell’acuta vista notturna tipica della sua razza.
Lo sospinse verso il letto. Baine a tastoni trovò il bordo e vi salì sopra carponi, portandosi verso il lato opposto quasi per riflesso.
Tyrande si leccò le labbra notando non soltanto quando apparisse invitante il culo del Tauren, ma anche e soprattutto la portata del suo pene, che pendeva tra le sue gambe muovendosi ad ogni suo passo.
Dubitava che fosse già eretto, ma anche se lo fosse stato solamente in parte sarebbe stato comunque enorme una volta che fosse stato completamente eretto. Solamente pensare alla difficoltà con cui sarebbe riuscita a prenderlo dentro la faceva eccitare ma impazzire. Era da così tanto tempo che non aveva un cazzo vero con cui riempirsi e Baine era così ben dotato…!
Si sfilò rapidamente le mutandine, che già a quel punto erano talmente zuppe da dover essere messe in lavatrice senza possibilità di salvezza. Sgusciò fuori dal suo tubino e raggiunse il suo ospite nel letto.
Quest’ultimo si era steso supino sopra le coperte e pareva avere tutta l’intenzione di mettersi a dormire. Tyrande non gliel’avrebbe permesso, nella maniera più categorica.
Gli prese un braccio, quello dal lato del centro del letto, e lo distanziò dal suo fianco quel tanto necessario a potersi inginocchiare sulla sua mano comodamente. Si sistemò con un mugolio di trepidazione in maniera tale che le sue dita fossero a contatto diretto con le sue labbra bagnate.
Per quanto Bloodhoof potesse essere ubriaco, non poteva non sentire la gran quantità di umori che gli bagnavano le dita e il palmo.
Erano viscosi ed erano caldi, e il suo corpo era morbido e molto gradevole al tatto. Dopotutto, lui era single ed era da molto tempo che non aveva più interazioni sessuali con membri del gentil sesso.
Solitamente era troppo preso dal suo lavoro per badare alla mancanza di una femmina nella sua vita con cui dividere la casa e l’intimità; inoltre, le coppie alla fine erano quelle che vedeva soffrire di più in ospedale, e lui non voleva dare a nessuno quel genere di dolore, così come non voleva essere lui in prima persona a sperimentarlo. Era una specie di protezione.
Al contrario di lui, Tyrande pareva disposta a soffrire senza porsi freni.
«Baine…? Voglio fare sesso con te» esclamò l’Elfa della Notte in tono capriccioso «Permettimi di darti piacere per questa notte».
Nel parlare si agitò leggermente sopra la sua mano, strusciandosi sulle sue dita e marchiandole con i suoi copiosi fluidi.
Il Tauren si prese un attimo per godere di quel contatto, poi rispose: «Non possiamo farlo… siamo di stazze troppo diverse…».
Tyrande emise un verso stizzoso: era ancora padrone di sé e consapevole nonostante fosse ubriaco. Era davvero un osso duro da far capitolare.
Si abbassò, sdraiandosi prona a coprire la distanza tra lei e il torace di Baine. Gli accarezzò l’addome piatto e sorrise.
«Ma io voglio farlo comunque. Non mi interessa se sono troppo minuta per te» gli disse per tutta risposta «Voglio… voglio fare sesso insieme a te, Baine… ti prego riempimi».
Si strofinò sulla sua mano ancora, mugolando in maniera accorata.
«Posso farti impazzire di piacere… se solo me ne dai l’occasione» soggiunse, spostando la sua mano verso il basso, al di sotto dell’ombelico.
Baine la sentì mentre gli accarezzava il ciuffo di peluria più folta e riccia che aveva sull’inguine, subito sopra il pene. Mugolò sommessamente, inarcandosi appena per andare incontro alle sue carezze.
La mano di Tyrande si spostò poco più giù e Baine muggì, letteralmente, affondando la testa nel cuscino. Si mosse ondeggiando lievemente il bacino per andare incontro alla mano che gli cingeva parzialmente il pene e che si stava muovendo.
L’Elfa della Notte sogghignò trionfante: quel tipo di gesto non poteva che essere un “sì” in piena regola. Si spostò dalla mano alla coscia del Tauren, per poter avere più agevolmente accesso al suo pene.
Lo prese con entrambe le mani e iniziò a masturbarlo con impegno. Baine tornò a muggire.
«Vedrai, ci divertiremo moltissimo insieme» esclamò compiaciuta mentre gli massaggiava il grosso fallo «Sarà immensamente piacevole».
Baine avrebbe voluto fermarla, dirle che era sbagliato, ma le sue mani sul suo pene gli regalavano sensazioni così meravigliose che non riusciva a dirle di fermarsi. Era troppo persino per il suo autocontrollo.
Tyrande era fradicia, vogliosa e impaziente, persino per portare a termine i preliminari; tuttavia le piaceva moltissimo sentire il suo pene che si contraeva e si inturgidiva nella sua presa, divenendo sempre più duro, dritto e soprattutto largo.
I muggiti del suo partner erano sempre più frequenti e lei stava letteralmente cavalcando la sua gamba nella spasmodica attesa che fosse turgido abbastanza da poter procedere. Lei senz’altro era già abbondantemente lubrificata.
Riuscì a contenersi solo pochi altri minuti prima di cedere definitivamente. L’erezione di Baine si ergeva turgida e dritta dinanzi a lei, talmente larga che per una normale Elfa della Notte sarebbe stata impossibile da prendere, ma non per lei.
Si spostò, mettendosi in piedi a cavallo del suo inguine e poi piegandosi fino a che la sua erezione non le arrivò a lambire l’apertura della vagina. Aggiustò per bene la mira, poi si lasciò cadere di peso sopra il fallo di Baine emettendo un gridolino di goduria e soddisfazione nel sentirlo entrare per un bel pezzo.
Era veramente immenso e la sua vagina era aperta all’inverosimile per accoglierne l’intera poderosa circonferenza. La sua apertura le doleva nello sforzo di tendersi per prenderlo tutto, ma a lei non importava. Era gigantesco ed era suo, dentro di lei. Non avrebbe mai voluto lasciarlo uscire, neanche se si fosse fratturata le ossa del bacino per trattenerlo.
Era da così tanto tempo che non ne prendeva uno e la sensazione di completa, quasi eccessiva pienezza unita alla soddisfazione del gesto le causò un primo abbondante orgasmo. Nonostante l’ingombro che le tappava la vagina, i suoi umori trovarono la via di fuoriuscire comunque, lubrificandole ulteriormente l’ingresso.
Baine ansimò pesantemente: Tyrande era così stretta e bagnata, più di quanto avesse mai potuto immaginare.
D’un tratto non gliene importò più niente di quanto fosse sbagliato quello che stavano facendo. Voleva avere quell’Elfa della Notte e sentire la sua vagina completamente attorno a lui, così stretta eppure così piacevole.
Iniziò a muoversi bruscamente con un secco colpo di bacino. Tyrande ansimò e si mosse sopra a lui, per agevolargli l’uscita e l’ingresso. Ogni volta che rientrava Baine cercava di affondarle dentro di più. La Kaldorei sentiva i colpi nel suo corpo come se cercasse di abbattere un muro, anche se stava solamente cercando di allargarla abbastanza da infilarglielo dentro tutto. Lei era perfettamente d’accordo col suo desiderio.
Gridava ad ogni affondo con passione, come se venisse tutte le volte. Erano versi orribilmente osceni che spingevano Baine a darci dentro con ancor più foga.
Tyrande venne due volte in quel frangente e i suoi umori gocciolarono copiosi lungo il fallo del suo partner, lubrificandolo fino alla base. Sul momento al Tauren parve una cosa un po' inutile, ma poi d’un tratto sentì la “barriera” che aveva cercato di forzare sino ad allora che cedeva di colpo.
All’affondo successivo si udì un rumore come di risucchio e Baine scivolò più in profondità di quanto fosse arrivato fino ad allora.
Tyrande rovesciò gli occhi all’indietro e socchiuse le palpebre, cacciò un gemito poderoso e contrasse la schiena mentre rimaneva a bocca aperta con la lingua che pendeva di fuori e sbavando. La sua faccia era paonazza.
Baine era riuscito a sfondare lo stretto ingresso del suo utero. Era dentro completamente e le stava premendo contro la parete interna dell’utero con il glande, sulla porzione più bassa.
Si tastò l’addome e percepì il gonfiore sotto l’ombelico dovuto all’ingombro interno. Lo accarezzò e sogghignò all’indirizzo del suo partner nonostante sapesse che non poteva vederlo.
«Oh, sì… che bello… vienimi dentro, Baine» lo supplicò accoratamente. Voleva sentirsi ancora più piena ed era certa che i suoi orgasmi sarebbero stati tutto fuorché miseri.
Bloodhoof si mosse sotto di lei, sollevandola mentre si levava a sua volta. Tyrande si aggrappò alle sue spalle e Baine si girò, ribaltando le posizioni, cosicché adesso era lui a sormontare la padrona di casa, che invece si ritrovò schiacciata tra lui e il materasso.
La pressione del bacino di lui le spinse le gambe a piegarsi verso l’alto in una maniera che sarebbe risultata decisamente scomoda senza il sostegno di qualcuno.
Gli affondi di Baine divennero più impetuosi in virtù della posizione dominante e Tyrande si ritrovò a gemere per un misto di dolore e piacere così forte che non riusciva a capire dove finiva l’uno e iniziava l’altro.
Venne un’altra volta, lubrificando ancor di più l’enorme pene del suo partner, che non accennava minimamente a voler smettere di montarla come una vacca.
Finalmente Baine venne e Tyrande ebbe uno spasmo muscolare involontario mentre sentiva il suo sperma che schizzava sotto pressione dentro di lei, iniziando a riempirle l’utero.
Sul suo ventre riusciva a vedere distintamente il profilo del cazzo del Tauren mentre lo muoveva in lei. Era talmente grosso da deformarle l’addome per farsi spazio ed era orribilmente bello.
Si afferrò la pancia e la accarezzò con fare malsano mentre sbavava copiosamente con un’espressione di ebete e osceno piacere. La sua lingua penzolava fuori dal lato della bocca in maniera costante.
Venne ancora proprio mentre Baine nella sua ormai feroce ricerca del piacere andava a comprimerle la vescica con la sua erezione.
I suoi umori schizzarono dai bordi della sua vagina, creando un laghetto sul copriletto; contemporaneamente dalla sua uretra schizzò fuori urina, che andò ad aggiungersi al resto dei suoi fluidi corporei che avevano imbrattato il letto.
Senz’altro quella coperta sarebbe stata inservibile quella notte.
A lei non importava e a Baine ancora di meno. Quest’ultimo voleva venire ancora e la vagina della sua partner continuava ad essere così stretta da farlo eccitare sempre di più.
I loro gemiti si amalgamarono, riempiendo il silenzio e mantenendo alta l’eccitazione di entrambi.
Il Tauren venne di nuovo e l’addome dell’Elfa della Notte si gonfiò e si arrotondò per l’ingombro che iniziava ad essere oltre i limiti naturali della sua fisionomia.
Tyrande rantolava e fremeva in preda ad orgasmi che erano ormai quasi in sequenza diretta l’uno con l’altro. I suoi umori gocciolavano abbondanti sul letto e altri brevi spruzzi di urina si accompagnarono ad essi.
Dopo pochi minuti Baine eiaculò una terza volta. Il suo sperma fece pressione ulteriore nell’utero di Tyrande, arrivando e superando la sua capacità massima.
L’Elfa della Notte si contrasse sulla pancia rotonda e piena mentre Bloodhoof procedeva imperterrito a scoparla con enfasi.
Venne ancora un’ultima volta prima di avvertire un improvviso e acuto senso di nausea. Baine le stava premendo sullo stomaco con la cima dell’erezione, che era riuscito a spostare verso la parete alta dell’utero nell’impeto dell’amplesso.
Represse a stento un primo conato e si aggrappò al copriletto per strisciare verso il bordo. Baine continuava a penetrarla senza tregua e venne ancora una volta. Lo sperma che le riempì la pancia fu troppo per le sue attuali condizioni: Tyrande riuscì a trarsi con un grido di piacere e sforzo verso il margine del letto appena in tempo per vomitare oltre di esso.
Il rumore parve risvegliare Baine dalla specie di trance lussuriosa in cui era caduto. Si sfilò da lei di colpo e la sua vagina allargata all'inverosimile non riuscì a contenere lo sperma che le era stato svuotato in corpo. Non appena l’ingresso fu libero lo sperma schizzò fuori quasi di getto, andando ad unirsi agli umori e all’urina.
Tyrande ansimava così forte e rapidamente da sentirsi soffocare. Si contrasse e si inarcò spasmodicamente per qualche secondo e poi perse conoscenza. Giacque immobile e silenziosa in mezzo ai fluidi corporei di entrambi.
Baine si era ritratto ed era in ginocchio tra le sue gambe, il pene ancora duro e ricoperto di un senso strato del suo lubrificante naturale. Ansimava leggermente e aveva un’espressione cupa in viso, un po' per il mal di testa che iniziava ad avere - certamente imputabile alla grossa quantità di liquore che aveva tracannato - e un po' per le condizioni della sua partner.
Avevano esagerato. Lui avrebbe dovuto cercare di controllarsi, almeno un po', invece di era lasciato trasportare dall’entusiasmo di lei.
Aggirando le zone umide e appiccicose sul copriletto, il Tauren si mosse verso il fianco della Kaldorei. Le prese il polso alla cieca e lo tastò per assicurarsi che non fosse collassata per qualcosa di grave. Il battito era accelerato e stava diminuendo lentamente.
Baine si rilassò: era svenuta solo perché aveva messo eccessivamente alla prova il suo corpo e si era sfinita. Per fortuna non era niente di grave: una buona dormita l’avrebbe sicuramente rimessa in sesto.
Il Tauren scese dal letto e andò ad accendere la luce, realizzando così che il letto era irrecuperabile nello stato attuale.
Pian piano prese la padrona di casa e la sollevò, adagiandola sul pavimento per poter togliere la coperta distrutta. La prese e la mise via, appoggiandola vicino alla porta. A quel punto distese di nuovo Tyrande sul materasso e le prese una coperta provvisoria dall’armadio - trovarci dentro un plaid fu una vera e propria fortuna.
Aprì la finestra leggermente per far scemare il tanfo del vomito: Tyrande aveva rigurgitato lì vicino e il letto era grande, per cui per non sentirne l’odore gli sarebbe bastato dormire vicino alla Kaldorei.
Fu esattamente ciò che fece: esausto, Baine si stese su un fianco dal lato esterno del materasso, dalla parte opposta rispetto a quello che dava sulla finestra, impedendo così alla sua partner di rotolare per sbaglio giù dal materasso.
Era talmente stanco che non gli ci vollero più di cinque minuti per cadere addormentato, russando lievemente e in maniera regolare.
Se avesse resistito ancora un poco avrebbe potuto udire il rumore di qualcosa che scivolava e cadeva appena oltre la porta socchiusa della stanza.
Shandris era caduta sul pavimento, la mano destra saldamente ancorata tra le sue cosce e bagnata abbondantemente dei suoi umori, che erano andati a raccogliersi sotto di lei a formare una pozza traslucida sulle mattonelle.
La giovane Elfa della Notte sorrideva mentre ansimava, il cuore che batteva a mille nel petto. Era assolutamente soddisfatta e compiaciuta del suo operato: suggerire a sua madre di divertirsi con quel Tauren era stata la miglior cosa da molto tempo a quella parte. Per entrambe.

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