fiamma_drakon: dejichan © (Alice Madness Returns)
[personal profile] fiamma_drakon
Titolo: Di risse, lutti e vendette
Rating: Arancione
Genere: Generale
Personaggi: Broxigar Saurfang, Dame di Ferro, Garrosh Hellscream, Liadrin, Lor'themar Theron, Malkorok, Mylra, Rehgar Earthfury, Shokia, Sylvanas Windrunner, Thrall, Varok Saurfang, Vol'jin, Zaela
Wordcount: 8670 ([livejournal.com profile] fiumidiparole)
Note: Het implied, Pirati!AU
Sylvanas e Liadrin lo guardarono con espressione sorpresa, poi un ghigno si dipinse sul viso della prima, lo stesso che deformò anche la faccia di Vol’jin.
«Mi stai ordinando nu sabotaggio della nave loro?» chiese con cipiglio astuto.
Theron fece spallucce: «Era più un suggerimento che un vero e proprio ordine».


Il mare era una calma distesa azzurra che si estendeva all’infinito verso il limite estremo dell’orizzonte. L’acqua sciabordava appena nell’infrangersi contro lo scafo della nave di Lor’themar Theron, ma era talmente calma che l’impatto non era sufficiente a produrre nemmeno un minimo rollio.
Lor’themar era al timone e guardava in lontananza con il suo unico occhio rimasto, l’espressione concentrata tipica di chi era intento a compiere un lavoro complicato. Una brezza frizzante si levò sul mare, sollevando alcuni dei suoi lunghi ciuffi di capelli biondi.
Sul ponte sotto di lui fervevano le attività: quasi tutto l’equipaggio era all’opera per togliere alghe e acqua e controllare che la polvere da sparo, le provviste e quant’altro non avessero subito danni irreparabili. Uscivano da due lunghi giorni di mare agitato e tempeste che avevano provato tutti nel fisico come nello spirito. Sentire di nuovo le solide assi di legno ferme sotto ai piedi era una bella sensazione.
Lor’themar aveva condotto la nave per quasi tutta la notte e adesso era sfinito ma determinato a portare la sua nave e la sua ciurma in un porto sicuro perché potessero riposarsi a dovere e rifocillarsi.
La sua casacca rossa e dorata era stropicciata ed aveva chiaramente un’aria vissuta, la camicia bianca di lino era mezza fuori dei pantaloni, che erano neri e aderivano alle gambe snelle e slanciate dell’Elfo del Sangue fino a sparire nei suoi stivaloni, neri anch’essi ed alti fino quasi alle ginocchia. I lunghissimi capelli biondo platino che solitamente portava raccolti in una coda di cavallo alta sopra la testa erano sciolti sulle sue spalle, che ricoprivano a mo’ di mantello.
L’occhio inutilizzabile - il sinistro - era nascosto dietro una benda rossa e nera. Il destro brillava di un bel verde acido ed era corrugato in un cipiglio concentrato.
Era palese che stesse cercando con tutte le forze di appigliarsi ad ogni possibile residuo di energia che gli rimaneva in corpo per continuare a svolgere il suo compito.
«Lor’themar hai l’aria di uno che sta per tirare le cuoia».
Una echeggiante voce femminile a lui ben nota lo fece sobbalzare di scatto e stringere la presa sul timone. Lo sguardo di Lor’themar non si staccò dall’orizzonte e la sua postura continuò ad essere rigida e perfettamente eretta.
La proprietaria della voce si accostò all’Elfo del Sangue silenziosamente e gli appoggiò una mano sulla spalla, accarezzandola con la punta dei polpastrelli. Theron sentì il contatto anche attraverso camicia e casacca, ma continuò ad ignorare la femmina.
«Sai, in questa nuova forma sento molto meno la stanchezza rispetto ad un tempo… rispetto a tutti voi» continuò a parlare la donna.
Una fitta attraversò l’animo di Lor’themar all’udirla menzionare la sua attuale forma.
«Sylvanas, non dovresti gironzolare sul ponte a quest’ora del giorno… in pieno sole…» esordì Lor’themar in tono di rimprovero, ma riuscì ad ottenere solamente un pugno in pieno braccio.
Sylvanas Windrunner si piazzò davanti al timone, balzando agilmente seduta sul parapetto. Accavallò le lunghe gambe affusolate e puntò i suoi occhi dritti in quelli di Lor’themar. Le sue labbra erano strette in una linea sottile, segno che era parecchio alterata. Era uno di quei gesti che non sarebbero mai cambiati e che Theron aveva imparato ad interpretare nel tempo.
«Sarò anche morta ma non sono un vampiro, posso stare sotto il sole… a meno che tu non abbia paura che inizi a puzzare di marcio» esclamò in tono di sfida, sollevando appena il mento con aria altezzosa.
Si guardarono negli occhi. Lor’themar non si sarebbe mai abituato ai tizzoni ardenti che le brillavano al posto degli incantevoli occhi verdi di un tempo, così come non si sarebbe mai abituato alla carnagione bluastra tipica dei cadaveri non più così freschi.
La sua morte era stato un suo tragico errore, al quale aveva cercato di porre rimedio con tutte le sue forze e a qualsiasi prezzo. Con l’aiuto di Vol’jin, un esperto del vudù - la magia praticata in quel mondo - aveva viaggiato in lungo e in largo per mare alla ricerca dei componenti per un rito di resurrezione che alla fine era riuscito bene. Peccato che il corpo di Sylvanas nonostante la conservazione fatta con tutte le cure e le dovizie del caso in vista del lungo viaggio per completare il rituale, fosse comunque un cadavere: l’incarnato grigio-bluastro e i capelli di un biondo smorto assai diverso da quello splendente e candido che aveva sfoggiato in vita erano un “inconveniente” che non avevano avuto modo di impedire.
C’era però da dire che nonostante il biondo cenere e l’apparenza genericamente macabra del suo aspetto, Sylvanas era il cadavere ambulante più sexy che Lor’themar avesse mai visto.
«Non pensavo a niente del genere» disse l’Elfo del Sangue in tono tagliente. Era stanco e non aveva voglia di litigare con lei.
Windrunner lo guardò intensamente, rimanendo al suo posto sul parapetto.
«Sei esausto. Vai a dormire» esclamò in un tono che non era una richiesta bensì un comando.
«Osi dare ordini al tuo capitano?» ribatté Theron in tono alterato.
Sylvanas scese dal suo “piedistallo” e tornò al fianco del timoniere.
«Quando il capitano si dimostra così irrimediabilmente cocciuto sì» gli sussurrò all’orecchio «Vai a dormire, prima che per la stanchezza tu faccia ammazzare qualcun altro».
La stoccata ferì rapidamente e in profondità. Lor’themar conviveva con il senso di colpa per quel che era successo a Sylvanas dal momento dell’accaduto. L’Elfa gli aveva detto di non portare rancore nei suoi confronti per quello, però ogni tanto aveva delle uscite - come quella - che lo facevano dubitare della veridicità della sua affermazione.
Theron chiuse gli occhi stanchi e curvò le spalle sotto il peso della sua enorme stanchezza.
«Non dovrei avere il privilegio di riposare mentre gli altri stanno lavorando» disse.
«Tutti si sono riposati un po' a turni. Smetti di fare la vittima» lo sbeffeggiò Sylvanas, prendendolo per una spalla e spingendolo via dal timone.
Lor'themar si lasciò spingere via e guardò l’Elfa rimpiazzarlo alla guida prima di scendere sottocoperta. Passando vide i fratelli Saurfang che portavano fuori dalla stiva un paio di barili di polvere da sparo ciascuno. D’altro canto, erano Orchi.
Vedendolo grugnirono un saluto e chinarono leggermente il capo verso Lor’themar, poi continuarono a lavorare. Il Sin’dorei scese nella sua cabina e chiuse la porta alle sue spalle, non a chiave.
Esalò un lungo sospiro e si sfilò con sollievo la casacca. Si spogliò degli abiti e tolse la benda, quindi si infilò nudo nella sua cuccetta. Il sonno lo colse pochi minuti più tardi.

«CAPITANO!».
Lor’themar saltò nella cuccetta, mettendosi seduto di colpo e guardandosi intorno allarmato, perfettamente sveglio e con i sensi in allerta.
«La spada! Mi serve la spada!» gridò spaventato, tastando i dintorni a vuoto alla ricerca dell’arma, che si trovava giusto appena oltre l’attuale portata delle sue braccia.
«Chi ci attacca?!» chiese con impeto, voltandosi verso colui che lo aveva appena svegliato con tanta delicatezza.
Si trovò a guardare un Orco mezzo nudo che gli torreggiava di fianco al letto, con una maschera ricavata dallo scuoiamento di una testa di lupo a coprirgli la metà superiore della faccia.
Si trattava della vedetta, Rehgar Earthfury, il quale si spostò subito per fare spazio ad un’altra Elfa del Sangue, viva e vegeta, con i capelli rossi raccolti in una cosa dietro la testa.
«Mi spiace per il brusco risveglio, capitano Theron. Non riuscivo a svegliarla… e ho chiesto un piccolo aiuto» la Sin’dorei accarezzò un possente braccio dell’Orco in piedi vicino a lei «Grazie, Rehgar vai pure».
L’interessato emise un grugnito e se ne andò a grandi falcate, lasciando i due Sin’dorei da soli.
Lor'themar guardò la femmina con espressione perplessa per qualche istante, poi si affrettò ad indossare di nuovo la benda sull’occhio sfregiato e cieco, per non metterla troppo a disagio: evidentemente stava sforzandosi di non guardarlo direttamente in viso.
«Grazie, Liadrin» esclamò il capitano «Quanto ho dormito?» domandò subito dopo, senza osare alzarsi. Non voleva farsi vedere nudo dall’Elfa.
«È quasi il tramonto» rispose vagamente l’interpellata «Sylvanas ci ha vietato di svegliarla… anche per il pranzo».
Liadrin era la cuoca di bordo e per essere una piratessa era decisamente attenta a che tutto l’equipaggio mangiasse come si conveniva nonostante la sua mediocre bravura in cucina - e comunque di livello decisamente maggiore rispetto a quella del resto di loro. In un certo senso la sua attenzione era più che giustificata: passando mesi per mare era facile ridursi a nutrirsi solamente di cibi che si riusciva a conservare a lungo senza sforzi, ma ciò comportava anche una certa predisposizione verso determinate malattie.
Liadrin aveva inculcato nell’intero equipaggio l’abitudine di consumare frutta e verdura con la forza. Era un’Elfa del Sangue che sapeva farsi rispettare e obbedire nonostante l’apparenza minuta e gracile. Aveva persino costretto gli Orchi a bordo ad integrare la loro dieta quasi esclusivamente a base di carne con una buona quantità di verdure cotte e crude nonostante le proteste dei diretti interessati, specialmente Rehgar.
Lor'themar si massaggiò il ponte del naso con fare esasperato: non era sua intenzione dormire così tanto. Era il capitano, avrebbe dovuto essere sveglio e pronto nel caso in cui ci fossero stati problemi.
«Non pensavo di avere così tante ore di sonno arretrato...» ammise tra sé.
«È successo qualcosa mentre non c’ero?» si informò Theron, cercando di apparire più naturale possibile nonostante la scarsa resistenza fisica di cui aveva dato prova in quel frangente.
Liadrin sorrise inaspettatamente in maniera imbarazzata, al che Lor’themar si chiese se non avesse fatto qualcosa di strano senza accorgersene.
«Sylvanas ha guidato la nave fino ad un porto sicuro. Stanno tutti aspettando lei per scendere» spiegò la cuoca.
Il capitano sgranò gli occhi alla notizia: era contento che fossero finalmente in porto. Avrebbero potuto rifocillarsi per bene in una taverna e l’indomani fare provviste. Liadrin aveva già fatto notare che buona parte degli alimenti a breve conservazione erano finiti e sicuramente avrebbe chiesto di farne incetta prima di riprendere il mare.
Adesso capiva anche perché a quel punto avessero sfruttato le poderose corde vocali di Rehgar per svegliarlo. Di certo non avrebbero abbandonato il loro capitano da solo sulla nave.
Ormai l’equipaggio era diventato una specie di famiglia allargata e tutti si erano affezionati ai compagni di viaggio nonostante non lo dessero palesemente a vedere.
«Di’ pure che sto arrivando» esclamò Lor'themar.
Liadrin si affrettò ad uscire dalla cabina e l’Elfo del Sangue si vestì il più velocemente possibile.
Uscì dalla sua cabina pochi minuti più tardi mentre si assicurava il fodero della spada alla cintura, ed uscì sul ponte immaginandosi accolto da un coro di ovazioni da parte di un gruppo di lupi di mare che non vedevano l’ora di abbandonarsi ai bagordi di una serata da passare sulla solida terraferma salvo poi scoprire che l’attenzione di tutti era stata catalizzata dall’attracco nel porto di un’altra grossa nave.
Lor'themar si avvicinò al parapetto per assistere a sua volta all’attracco e alla discesa degli occupanti.
Un muscolo si contrasse nella sua guancia quando vide un piccolo manipolo di Orchi - per la precisione di Orchesse - scendere dalla passerella ruggendo seguite da due Orchi maschi. Il più massiccio dei due era una ben nota conoscenza di Lor'themar e del suo seguito.
«Bene bene… ma guarda un po' chi ci ha portato il destino…».
Sylvanas si appoggiò al parapetto di fianco a Lor'themar. Alla luce del tramonto il suo corsetto e i suoi pantaloni aderenti marrone scuro sembravano quasi neri e su di essi la sua carnagione spiccava in netto contrasto.
Un sogghigno perfido le distorse le labbra.
«Garrosh Hellscream e la sua manica di puttane» sputò con odio.
Lor'themar rimase in silenzio a guardarli risalire la banchina verso la città. Garrosh lo aveva intralciato in un numero infinito di occasioni, anche quando di fatto non c’era nessun reale motivo di farlo.
La loro era una specie di competizione, spietata e senza esclusione di colpi, per stabilire chi tra loro fosse il pirata più temibile.
«Mi prudono le mani» ringhiò Broxigar.
«Bere ti distenderà i nervi, fratello» commentò Varok, battendo una pacca sulla spalla del consanguineo.
I due Orchi si avviarono per primi giù dalla nave, senza aggiungere altro.
Rehgar fece per seguirli ma la robusta Nana al suo fianco lo afferrò per la cintura con presa salda e lo trattenne. La differenza di stazza tra loro era notevole, eppure Rehgar si fermò all’istante.
«Ah, no! Tu aspetti me per andare a bere!» lo redarguì.
«Oh, Mylra! Andiamo!» protestò Earthfury stizzito «Voglio scendere».
«Ora scendiamo tutti, Rehgar» disse Lor’themar, allontanandosi dal bordo della nave.
«Facciamo porto accà? Con Garrosh? Nun tengo desiderio di vederlo, capitano… nun da vivo».
Lor'themar si voltò verso la zona d’ombra all’ingresso della sottocoperta, nella quale se ne stava fermo Vol’jin, nella classica postura accovacciata che tutti i Troll utilizzavano quando stavano fermi per un po' di tempo nello stesso punto.
I trascorsi tra Vol’jin e Garrosh erano ancora più cruenti e duri di quelli che avrebbe mai potuto accumulare Lor'themar in una vita di screzi. Non era per niente sorpreso che non lo volesse più vedere.
«Non sei costretto a venire con noi a terra, Vol’jin» gli disse Theron, poi si strinse leggermente tra le spalle e proseguì dicendo: «… certo, se tu volessi approfittare della libera uscita dei “pezzi grossi” dell’equipaggio per fare un salutino alla Faccia da Ogre…».
Sylvanas e Liadrin lo guardarono con espressione sorpresa, poi un ghigno si dipinse sul viso della prima, lo stesso che deformò anche la faccia di Vol’jin.
«Mi stai ordinando nu sabotaggio della nave loro?» chiese con cipiglio astuto.
Theron fece spallucce: «Era più un suggerimento che un vero e proprio ordine».
Ciò detto si avviò verso la passerella, seguito dappresso dagli altri. Solo Sylvanas si trattenne indietro e si avvicinò al Troll. Era un evento raro: da quando Vol’jin l’aveva resuscitata, quest’ultimo si guardava sempre bene dallo starle troppo vicino. C’era qualcosa nel suo spirito che non lo convinceva, non da quando aveva fatto ritorno dal regno di Bwonsamdi.
«Fai del tuo meglio, Vol’jin. Penseremo noi a Garrosh» disse l’Elfa risorta.
Dall’espressione sul suo viso il Troll comprese che avrebbe fatto di tutto pur di avere modo di affrontare Hellscream.
«Nun tenere paura, Sylvanas. Tengo nu conto in sospeso con chello Orco… e io pago sempre i miei debiti» Vol’jin sorrise in maniera sinistra, poi si alzò in piedi raddrizzando completamente la lunga schiena e le gambe flessuose.
Sylvanas gli arrivava poco sotto le spalle, ma fu una cosa temporanea e breve, giusto il tempo che il suo interlocutore si stiracchiasse le spalle; dopodiché tornò alla consueta postura “eretta” dei Troll, ossia con la schiena fortemente curvata in avanti. Così era quasi più basso di lei.
«Porta i saluti miei a Marak» esclamò con un ghigno Vol’jin, prima di scivolare via verso il parapetto opposto a quello presso il quale si trovava la passerella. Windrunner lo vide scavalcare senza alcun problema l’ostacolo e dopo pochi secondi udì il tonfo di qualcosa che cadeva in acqua. Solo a quel punto si allontanò per riunirsi al resto della ciurma.
Il Troll nuotava dando lunghe bracciate, aiutandosi anche con le gambe per avere maggior spinta. Attraversò la distanza tra le due banchine rapidamente e senza essere visto da nessuno, quindi sparì sotto la superficie per passare al di sotto del pontile. Continuò a nuotare non visto fino alla catena dell’ancora, alla quale si aggrappò. Salì silenziosamente fino alla cima e sgattaiolò attraverso l’oblò intagliato nel fianco per ritirare la catena a bordo.
Prima di saltare fuori bordo dalla nave di Lor'themar aveva dato un’occhiata alla Faccia da Ogre, notando senza alcuno sforzo che c’era una fervente attività sul ponte. I mozzi di Garrosh - tutti rigorosamente Orchi - si stavano occupando di rassettare, controllare e via dicendo. Singolarmente non sarebbero stati un problema per Vol’jin, ma in gruppo diventavano difficili da abbattere, specialmente per una sola persona. Per questo il Troll aveva intelligentemente deciso di entrare già al primo piano sottocoperta.
Si guardò intorno: si trovava nella stanza in cui erano fissati i cannoni e conservati i barili di polvere da sparo. Ovviamente, lì sotto non c’era anima viva. A quell’ora se i mozzi non erano a far la guardia di sopra erano a fare pressioni per avere la cena. Gli Orchi di bassa levatura come i mozzi di Garrosh erano così facilmente prevedibili.
Vol’jin sogghignò.
«Mo’ vediamo chello che sa fare Garrosh con una nave manomessa…» commentò tra sé con somma soddisfazione, estraendo il suo pugnale per mettersi all’opera.

La cittadina era un porto franco per ogni tipo di pirata, sia quelli che preferivano bazzicare taverne e bordelli sia quelli che semplicemente si fermavano per poco tempo tra una traversata del mare e l’altra; tuttavia, copriva una zona abbastanza ristretta e le taverne erano tutte localizzate vicine le une alle altre. Non fu perciò difficile per Lor'themar e il suo equipaggio individuare quella in cui Garrosh e i suoi erano entrati.
Varok e Broxigar, pur essendo partiti per primi, in realtà si erano fermati poco oltre il pontile ad aspettare il resto della ciurma e camminavano vicini a Rehgar, il quale era costantemente tenuto “al guinzaglio” da Mylra, che gli teneva saldamente con una mano il cinturone dei calzoni.
Sylvanas camminava svelta e pareva impaziente di arrivare a destinazione. Liadrin e Lor'themar erano subito dietro di lei.
«Il Troll non è voluto scendere?» chiese Rehgar quasi urlando. La sua voce era naturalmente di una o due note più forte rispetto al normale; per questo era stato investito del ruolo di vedetta. Sentirlo parlare quasi gridando da distanza ravvicinata a lungo andare dava mal di testa, specialmente considerato che a Rehgar piaceva enormemente dar fiato alla bocca anche quando non c’era bisogno. L’unica che riusciva a sopportarlo a breve distanza era Mylra.
«Ha preferito rimanere a bordo» rispose semplicemente Theron.
Earthfury fece per porre un’altra domanda ma la Nana vicino a lui gli diede una sonora pacca sul sedere, facendolo sobbalzare e grugnire per il colpo inatteso.
«Goditi l’uscita e non arrovellarti inutilmente il cervello!» lo riprese Mylra in tono allegro.
«Eheh, se volete fermarvi in taverna per la notte, di certo sarà più comodo di quando scopate nella branda di uno di voi» esclamò Broxigar ridacchiando, dando di gomito nel fianco di Rehgar.
Quest’ultimo ringhiò di contro e gli mise una gamba tra le sue di proposito, facendolo incespicare.
«E tu bada a dove metti i piedi!» replicò per contro Earthfury.
Broxigar si fermò in mezzo alla strada e diede una spinta al suo rivale.
«Ti fai tenere al guinzaglio da una femmina che non ti arriva nemmeno alla cintura!» lo provocò Broxigar.
Rehgar gli diede un pugno nello stomaco.
«Mylra ha più palle di te!» replicò in tono fervente, preparandosi a dare battaglia fino all’ultimo respiro.
«Ehi! Ehi!» Lor'themar si frappose tra i due Orchi mentre i rispettivi accompagnatori li bloccavano per impedir loro di saltarsi addosso a vicenda «Tenete a bada i bollenti spiriti! Non vi permetto di prendervi a pugni, è chiaro?!».
Rehgar e Broxigar si guardarono in cagnesco, digrignando i denti.
«Chiaro?!» ripeté il capitano, marcando con più enfasi quell’unica parola.
«Perché azzuffarsi tra voi quando avete mezzo equipaggio di Orchi da poter prendere a pugni?» intervenne Sylvanas in tono suadente e malvagio insieme.
Rehgar e Broxigar si voltarono verso di lei in contemporanea, guardandola con aria interrogativa. Gli altri fecero altrettanto, ad eccezione di Lor'themar.
«Ha ragione» disse quest’ultimo, accennando un sorrisetto sghembo mentre si voltava verso la taverna in cui erano entrati Hellscream e i suoi «Là dentro c’è di sicuro di meglio per sfogare la vostra rabbia».
Varok batté una mano sulla spalla del fratello.
«Forza Brox. Sono certo che sei ansioso di rivedere Malkorok» esclamò.
Broxigar ghignò ferocemente, picchiando un pugno contro il palmo aperto dell’altra mano.
«Devo a quell’Orco una frattura… e non sarò così gentile da restituirgliela ad un’insulsa costola» esclamò.
Si avviarono verso la taverna, con Sylvanas alla testa del gruppetto anche se di fatto non era lei il capitano. Il crepuscolo incalzante le evitava un enorme numero di occhiate non proprio simpatiche in virtù della sua condizione di cadavere resuscitato, ma quella specie di “protezione” durò solo fino a che non entrò nel cono di luce proiettato attraverso la porta aperta dall’interno della locanda in cui stavano per entrare.
Quelli che stavano sulla porta vedendola avvicinarsi si scostarono un po', come se temessero di essere contagiati dalla sua condizione come fosse una malattia. La fissarono con timore e ammirazione insieme per l’ottima qualità di conservazione del suo corpo e Lor'themar provò una punta di odio verso tutti quelli che parevano voler tentare un approccio. Istintivamente si spostò al fianco di Sylvanas, come per proteggerla, gesto che non passò inosservato agli occhi dell’interessata.
Nella locanda era un gran vociare di pirati a vari stadi di ubriachezza che si divertivano a molestare le prostitute sparse in tutta la sala, le quali ovviamente stavano al gioco nella speranza di poter lavorare anche quella notte.
Il gruppetto di Lor'themar si fece avanti a spintoni fino al bancone, dove ordinarono tutti da bere.
«Guarda un po' chi ci ha portato la corrente!».
La greve ma forte voce di Garrosh si fece ben udire al di sopra del chiasso, attirando immediatamente l’attenzione di Theron.
Hellscream sedeva al centro di un lungo tavolo, circondato dai “pezzi grossi” del suo equipaggio, tutte femmine ad eccezione del suo secondo in comando, Malkorok.
L’equipaggio di Lor'themar si dispose attorno a lui e Broxigar in particolare si sistemò il più vicino possibile a Malkorok. I due si squadrarono in cagnesco, rimanendo però in assoluto silenzio.
Garrosh era un Orco massiccio con la pelle marrone ricoperta di tatuaggi neri. Alle zanne più grosse portava un paio di anelli di metallo e due minuscoli orecchini brillavano alle sue orecchie. Le larghe spalle e il torace erano completamente nudi e portava unicamente un cinturone con la fibbia a forma di teschio a sorreggergli i pantaloni di cuoio rozzamente cucito e un paio di grossi stivali.
Sedeva sulla panca tronfio, come un comandante vittorioso, circondato da tre delle sue sottoposte, quelle conosciute ai più col nome di “Dame di Ferro”: Gar’an, Solka e Marak. Tutte e tre erano vestite di rosso laddove non esibivano placche di metallo a mo’ di armatura. Gar’an era quella più corazzata delle tre e sedeva su una coscia del suo capitano, le braccia allacciate attorno al suo collo. Solka sedeva a sinistra e Marak a destra ed erano ambedue appoggiate a Garrosh.
Zaela e Shokia sedevano ai suoi lati, un poco distanti.
«Pensavo aveste trovato il vostro destino in quelle secche appena a largo dell’isola con il mio tesoro» Garrosh sogghignò malvagio e bevve un sorso di grog dal suo boccale «Sarà stato il vostro maestro di vudù a chiedere ai suoi Loa di tirarvi fuori da lì… si è immolato per voi?».
La sua ciurma rise cupamente della battuta. Nessuno di loro teneva in gran considerazione il potere del vudù, men che mai il Troll al seguito di Lor'themar.
«Almeno Vol’jin fa affidamento sulle sue capacità e non sulla potenza di fuoco di giocattoli di ferro» rispose a tono Lor'themar.
Le Dame di Ferro ringhiarono digrignando i denti. Erano famose per la loro predilezione nell’uso di certe armi.
L’espressione di Garrosh si fece più attenta e scura, ma prima che potesse dire una qualsiasi altra cosa Sylvanas si fece leggermente avanti e sorridendo si rivolse a Marak: «Vol’jin ti manda i suoi saluti».
Nel dirlo si portò un dito affusolato a picchiettare lievemente sullo zigomo destro, proprio sotto l’occhio.
Marak si toccò la benda che le copriva proprio quell’occhio con la mano, poi con uno scatto fulmineo balzò in piedi sulla panca gridando e si lanciò oltre il tavolo, verso la sua provocatrice.
Era esattamente la scintilla che tutti stavano aspettando: in un tripudio di urla incoerenti i due equipaggi si saltarono addosso a vicenda, e come quando si lancia un sasso nell’acqua immobile e si creano increspature a catena tutt’attorno, allo stesso modo la rissa esplose in tutta la taverna.
Garrosh fu su Lor'themar in un baleno, lo ghermì per le spalle - così esili e fragili rispetto alle sue - e gli diede un pugno in faccia con forza tale da fargli spruzzare sangue dal naso. Lo colpì più volte e per tutta risposta Theron gli tirò un calcio tra le gambe con quanta forza aveva in corpo. L’Orco mugolò e perse la presa, al che fu l’Elfo del Sangue a saltargli addosso.
Sylvanas era alle prese con Marak e stava riuscendo a tenerle egregiamente testa. Liadrin per contro si ritrovò nel mirino di Solka, la quale per l’occasione aveva smontato l’orribile trivella che solitamente portava attaccata al moncone del suo braccio sinistro e l’aveva sostituita con un più classico uncino. La sua avversaria era accanita, brutale, e lei non aveva nient’altro che un pugnale con sé.
Parò un paio di colpi, incassò diversi pugni e ne restituì. L’Orchessa le diede un pugno in faccia, appena sotto l’occhio destro, e Liadrin arretrò barcollando leggermente, rischiando di finire addosso a Varok - che assisteva allo scontro tra Broxigar e Malkorok, pronto ad intervenire in caso di bisogno. Quando rialzò lo sguardo l’Elfa del Sangue vide il luccichio di qualcosa che saettava verso di lei e non riuscì a fermarlo.
Solka abbatté il suo uncino sulla sua gola, aprendola in verticale dalla base al mento. Un arco di sangue attraversò l’aria mentre Liadrin rovesciava all’indietro la testa per il contraccolpo e cadeva a terra morta. Un laghetto di sangue si allargò sotto la sua gola squarciata, inzuppandole i lunghi capelli rossi.
Solka ruggì vittoriosa, attirando l’attenzione di Varok. L’Orco guardò verso di lei e vide lo scempio che aveva operato sulla povera Liadrin. L’orrore accese la corta miccia della sua rabbia, che esplose furiosa più che mai.
Varok ruggì a sua volta e balzò contro Solka, affibbiandole un pugno in piena faccia. L’Orchessa non riuscì a schivare il colpo, che le fece uscire un po' di sangue dal naso. Arrabbiata per quell’attacco a sorpresa, cercò di contrattaccare con un altro colpo d’uncino, ma Varok nonostante non fosse più nel fiore degli anni aveva ancora i riflessi acuti ed eluse l’uncino senza alcuna difficoltà. Il braccio di Solka gli passò vicino all’orecchio, fischiando contro il suo timpano, ma l’Orco non diede il minimo cenno di paura; anzi, animato dalla furia più nera per la morte di Liadrin, girò la testa e spalancò le fauci, azzannando con forza il moncone della sua avversaria.
Le sue grida di dolore si alzarono sopra la folla, ma nessuno diede segno di averle udite. La mandibola di Varok strinse la sua morsa d’acciaio a dispetto dell’orribile fetore di sangue e del sapore disgustoso della carne che stava stritolando tra i denti, quindi ruotò di scatto la testa, nello stesso momento in cui Solka iniziava a tirare per riappropriarsi dell’arto.
Un rumore atroce di ossa spezzate riecheggiò tutt’attorno mentre il gomito di lei cedeva e Varok finì con lo strapparle di netto l’avambraccio.
Le grida di Solka si fecero più forti, tali da lacerare i polmoni, mentre con gli occhi sgranati per il terrore sollevava il suo moncone nuovamente amputato e sanguinante. Lembi di pelle ciondolavano sanguinanti a coronare i resti della carne strappata e dell’articolazione del gomito fratturata. Il sangue fuoriusciva copioso.
Varok sputò via l’avambraccio e ghignò con la bocca macchiata di rosso verso la sua avversaria.
«Questo è per Liadrin» ringhiò con soddisfazione mentre Solka tornava a combatterlo a denti stretti, sopportando il dolore.
Zaela e Shokia se la stavano vedendo con la coppia fatta da Rehgar e Mylra. La Nana nonostante la scarsa statura era bene in grado di tener testa alla sua avversaria Zaela. Continuava a eludere i suoi attacchi, rendendola sempre più frustrata e vittima della rabbia che non le permetteva di centrare il bersaglio.
Rehgar e Shokia si stavano misurando in un eccitante corpo a corpo sopra il tavolo, sul quale si rotolavano mentre ognuno dei due cercava di prevalere sull’altro. Ovviamente lo scambio di pugni era continuo.
Broxigar nel mentre era alle prese con un Malkorok particolarmente su di giri per la brusca interruzione mentre si stava bevendo una bella pinta di grog. Saurfang però era decisamente all’altezza di gestire la sua furia. Il loro scambio di colpi pareva più che una rissa un vero e proprio incontro di lotta libera: ai pugni alternavano colpi più o meno corretti ad ogni parte del corpo che riuscivano a raggiungere. Il loro reciproco odio ardeva dentro i loro occhi e ogni nuovo assalto era carico di nuova e spietata voglia di dare all’avversario il colpo di grazia.
Broxigar aveva appena messo a segno un colpo secco contro il fianco di Malkorok e lo stava caricando nuovamente quando l’altro si fermò e levò una gamba, mulinando un calcio verso il fianco dell’avversario.
Quest’ultimo si bloccò appena in tempo per non finire travolto dal calcio e riuscì addirittura a sollevare una mano per ghermire il polpaccio di Malkorok. Lo trattenne saldamente quando l’Orco cercò di ritrarre l’estremità e con la mano libera chiusa a pugno diede una fortissima spinta laterale all’altezza della rotula.
Con un latrato da parte del proprietario, la gamba si spezzò.
«Per la mia costola incrinata» puntualizzò Broxigar con espressione tronfia e soddisfatta, tirando a sé l’arto rotto con forza. Malkorok fu costretto ad andargli dietro, suo malgrado: era in precario equilibrio su un’unica gamba.
Il dolore era lancinante, ma lui era un Orco, e come tale non si sarebbe mai arreso dinanzi al nemico. Piuttosto sarebbe morto con onore affrontandolo fino alla fine. Fu per questo che mentre Broxigar lo tirava a sé lui sollevò entrambe le braccia ed assunse nuovamente una postura offensiva, pronto a farsi nuovamente sotto.
Al contrario di buona parte della sua ciurma, Lor’themar non se la passava per niente bene: Garrosh si era rivelato più duro da abbattere del previsto, nonostante avesse avuto modo di bere abbastanza quella sera. La differenza di stazza tra loro era tale per cui i suoi sforzi dovevano essere moltiplicati innumerevoli volte perché avessero successo.
Garrosh gli affibbiò un montante sotto la mandibola con tale forza che Lor'themar temette che gli si frantumassero i denti. Volò all’indietro, scaraventato sul pavimento dall’impeto del colpo, ruotando a mezz’aria e atterrando prono. La sua faccia colpì qualcosa di umidiccio e viscoso che puzzava terribilmente di…
«Sangue?» borbottò confuso mentre alzava la faccia.
Il suo unico occhio si allargò per lo stupore ed il terrore: dinanzi a lui c’era Liadrin, stesa a terra con la gola squarciata, i lembi di carne strappati verso l’esterno. Lui era atterrato nel suo sangue.
Nausea, rabbia e incredulità lo aggredirono mentre quasi meccanicamente si metteva in ginocchio e afferrava l’Elfa per la camicetta, scuotendola.
«Liadrin! Liadrin!» urlò con un misto di dolore e disperazione, nonostante fosse palese che non avrebbe mai potuto rispondergli.
Era talmente preso dalla scoperta di ciò che era accaduto a Liadrin da essersi completamente dimenticato del suo avversario, cosa che invece lui non aveva fatto: Garrosh lo aveva raggiunto alle spalle nel mentre che il Sin’dorei gridava. Incombeva sopra di lui, immenso e con un ghigno orribile di trionfo sulla faccia. Sollevò un pugno chiuso e lo abbatté con ferocia sul cranio di Lor'themar, il quale si accasciò con un gemito strozzato di dolore sul corpo senza vita della sua cuoca.
Hellscream alzò gli occhi dal suo sconfitto avversario per gioire della sua vittoria e verificare quanto fossero messi male gli scagnozzi di Theron, ma tutto ciò che vide fu la dimostrazione che l’unico ad aver avuto la meglio sul suo nemico era stato lui. Malkorok e Solka versavano in condizioni disastrose, con arti amputati o rotti. Marak aveva un pugnale conficcato nell’orbita cava. Shokia aveva il labbro inferiore spaccato a metà e il sangue le imbrattava il mento.
Le altre non erano messe troppo male, ma erano chiaramente in svantaggio.
Garrosh digrignò i denti in una smorfia di rabbia. Non potevano farcela, era palese. Dovevano ritirarsi.
Marciò verso Malkorok per aiutarlo a reggersi in piedi e portarlo fuori proprio nello stesso momento in cui Broxigar gli affibbiava un pugno in bocca tale da farlo crollare contro un tavolo.
L’Orco a quel punto si volse trionfante e vide Liadrin e Lor'themar, entrambi a terra in mezzo al sangue.
«Capitano!» urlò, andando verso di lui. La sua voce la udirono Varok e Sylvanas, i più vicini a lui, i quali si girarono ambedue.
Vedendo Theron a terra, Windrunner si liberò di Marak con un calcio in pieno stomaco e corse vicino al corpo privo di coscienza di Lor'themar. Lo scosse e si chinò per sentire se respirava ancora.
«È vivo» disse.
«Lei un po' meno» commentò Broxigar, riferendosi a Liadrin.
Sylvanas imprecò a bassa voce e poi disse: «Dobbiamo ritirarci».
«Noi non ci ritiriamo!» ringhiò Broxigar «Non è una cosa onorevole!».
«Il capitano è caduto. Dobbiamo tornare alla nave» ringhiò l’Elfa non morta, gli occhi rossi infiammati di rabbia e determinazione.
Broxigar era un Orco coraggioso ma di fronte a quello sguardo non poté fare altro che cedere al suo ordine. Non voleva incorrere nella sua ira.
Alzò la testa ed esclamò a voce alta: «Il capitano è caduto! Ritirata! Tutti alla nave!».
Broxigar non era Rehgar, ma si fece sentire comunque a sufficienza affinché i diretti interessati si muovessero.
Nello stesso momento Garrosh riuscì a sollevare un Malkorok malconcio e sull’orlo dell’incoscienza e latrò: «Andiamo via! Alla nave!».
Anche i suoi si ritirarono, disorientati dall’inatteso ordine ma anche sollevati.

Vol’jin era fiero del suo operato. Era riuscito con l’aiuto di un semplicissimo pugnale a sabotare tutti i cannoni della nave recidendone le corde che li tenevano fissi in posizione e a spingere fuori bordo diverse casse di polvere da sparo. Aveva mangiato qualcosa delle riserve di cibo in dispensa e quello che non aveva mangiato lo aveva rovesciato o distrutto; dopodiché si era diretto verso il cuore della nave, scendendo ancora più in basso rispetto a dove si trovava. Cercava il tesoro che Garrosh e i suoi avevano sicuramente rubato dall’isola dove si erano incrociati l’ultima volta. Voleva prenderne un po', certo del fatto che l’Orco non fosse propriamente in grado di contare e che non si sarebbe quindi accorto di una simile mancanza - a meno che non ne avesse presa almeno la metà.
Il Troll avanzò col suo fido pugnale ben stretto in una mano, anche se allontanandosi sempre di più dal ponte non aveva trovato nemmeno mozzi che bazzicavano per caso o che andavano a nascondersi in qualche angolino buio per dormire in pace per un po’ e da cui doveva ovviamente nascondersi.
Si spinse sempre più in basso, fino a che non arrivò laddove si trovavano le prigioni, nel livello più basso in assoluto della nave. Vol’jin ricordava bene l’odore stantio che regnava là sotto e nel percepirlo nuovamente la sua memoria cominciò a rievocare gli orribili mesi che aveva trascorso là sotto prima di essere accoltellato nel dormiveglia da Malkorok - il sicario scelto di Garrosh - e poi scaricato nel primo porto disponibile, in mezzo si rifiuti. Accarezzò con mano leggermente tremante quella cicatrice, che portava come monito per ricordare tutte le vite del suo equipaggio di Troll che Garrosh aveva brutalmente spezzato senza alcun vero motivo.
Vol’jin si lasciò cullare dalla rabbia di quei ricordi solo per pochi momenti prima di tornare al presente. Si mosse lungo il corridoio ritagliato tra le varie gabbie a misura di Orco. Garrosh aveva veramente bisogno di molto spazio per muoversi: in quel corridoio ci sarebbero passati ben tre Troll uno di fianco all’altro e sarebbe ancora avanzato un poco di spazio di manovra libera.
Tornare con la memoria al suo non proprio felice passato lo aveva reso più distratto: camminando, inciampò in una pesante e grossa catena che si trovava sul pavimento, trascinandola rumorosamente per pochi centimetri.
Il Troll maledisse la sua sbadataggine e si raddrizzò leggermente, pronto ad attaccare eventuali guardie che avesse attirato facendo rumore. Non arrivò nessuno; tuttavia, qualcuno rispose dal fondo della stanza producendo un lamento simile ad un basso ringhio.
Vol’jin drizzò le orecchie, incuriosito: c’era qualcuno che come lui stava sperimentando il lusso della galera sulla nave di Garrosh…? Dal tipo di verso che il misterioso prigioniero aveva emesso, dubitava che fosse un altro Troll.
Con cautela scivolò attraverso il corridoio, diretto verso l’estremità opposta della prigione. Là trovò il suo obiettivo.
Si trattava di un Orco dalla pelle verde. Era assicurato con catene che pendevano dall’alto e che gli trattenevano quasi verticalmente gli arti. Era robusto e muscoloso da quel poco che poteva vedere che non era nascosto dalla barba incolta e dai folti capelli neri e cespugliosi che gli piovevano sulle spalle ed oltre, fin quasi al bacino; tuttavia era anche palese che fosse tenuto quasi a digiuno. La sua corporatura mostrava segni di deperimento. Un paio di intensi occhi azzurri facevano capolino da sotto sopracciglia spesse e folte.
Era completamente nudo e aveva le caviglie incatenate per tenere le gambe aperte a rivelare i suoi non indifferenti attributi.
Puzzava terribilmente e sul misero giaciglio su cui era costretto seduto c’era una pioggia di macchie bianche proprio sotto il suo pene, fatto che indirizzò senza indugio Vol’jin sulla natura di esse.
Accanto a lui c’era un rozzo pitale in metallo che pareva necessitare già da un po' di essere svuotato. Buona parte del tanfo che aleggiava attorno all’Orco doveva essere imputato con ogni probabilità a quello.
Il prigioniero fissò Vol’jin dritto negli occhi, poi disse: «Chi sei? Garrosh non ha Troll nel suo equipaggio».
Per essere un prigioniero sapeva parlare molto meglio della media dei mozzi che c’erano a bordo e soprattutto aveva un acutissimo intuito. Fu un ottimo primo impatto per Vol’jin.
«Mi chiamo Vol’jin. Sono stato prigioniero qui dentro per tanto tempo… poi Garrosh nun teneva cchiù voglia di avermi tra i piedi e mi ha scaricato come spazzatura» il Troll sogghignò «Mo’ sono nu Troll libero».
L’Orco lo guardò con espressione colma di rassegnazione, poi abbassò gli occhi.
«Allora perché sei tornato qui?» chiese.
«Tenevo voglia di fare nu regalo a Garrosh» Vol’jin rise sommessamente «Tu tieni un nome? Pecché stai accà?» domandò dopo.
«Io sono Thrall. Garrosh e i suoi mi hanno convinto ad unirmi a loro solo per rinchiudermi quaggiù per utilizzarmi come…» l’Orco esitò mentre levava verso il suo interlocutore uno sguardo pieno di rabbia e sdegno «… come una puttana».
Vol’jin lo guardò con meraviglia e pietà insieme.
«Garrosh nun è all’altezza di soddisfare le sue fimmine?» esclamò il Troll ridendo. Hellscream era un Orco grande e grosso e pensava che fosse proporzionato anche per quanto riguardava gli attributi.
La sua risata si spense all’occhiata torva che Thrall gli rivolse.
«È Garrosh a divertirsi con me. Gli piace prenderlo in culo» disse, la voce intrisa di malcelata ira.
La faccia di Vol’jin assunse un’espressione di stupore e orrore insieme immaginandosi Garrosh che cercava di sedersi sopra il bacino di Thrall. Erano fisicamente sproporzionati, le natiche di Garrosh erano sicuramente più larghe di quanto le cosce di Thrall potessero sostenere - per non parlare del suo peso.
Nell’immaginare un incubo del genere un’idea prese parallelamente forma nella sua mente.
Si avvicinò a Thrall sollevando il pugnale.
«Thrall… tieni desiderio di andartene da chesto posto, no?» chiese «Tieni voglia di vendicarti di Garrosh?».
«Più di ogni altra cosa» ringhiò l’Orco, gli occhi animati di determinazione.
«Allora vieni con me. Qui nun tieni cchiù niente da fare».
Ciò detto il Troll utilizzò la punta affilata del suo pugnale per forzare la chiusura dei bracciali e delle cavigliere. Non appena libero, Thrall ricadde abbandonato di peso nel suo angolino; dopodiché si alzò in piedi lentamente. Le gambe lo sorreggevano malamente e dovette fare più di un tentativo prima di riuscire a camminare per più di un paio di passi senza finire di nuovo a terra.
In piedi sembrava più massiccio di quanto non fosse sembrato inizialmente al suo salvatore.
«Non… so come ringraziarti… Vol’jin» esclamò l’Orco.
«Tieni tempo per pensarci, cumpà. Mo’ dobbiamo uscire da accà» replicò l’altro «Per quanto mi sembri nu poco deperito, nun penso tu possa uscire da dove io sono entrato» soggiunse pensieroso.
Thrall si avviò lungo il corridoio, camminando piano ma con passo stranamente sicuro.
«Allora passeremo dal ponte» esclamò con determinazione.
Vol’jin lo seguì dappresso, pronto ad intervenire alla minima avvisaglia di pericolo.
Fino a sotto il ponte non incontrarono nessuno. Lì l’Orco si inerpicò coraggiosamente su per la scaletta che portava all’aperto, come se fosse nel pieno delle forze e in grado di affrontare da solo l’intero equipaggio. Vol’jin ammirava il suo coraggio, ma non gli sembrava affatto il caso di rischiare così stupidamente la riuscita della sua piccola avventura.
Cercò di fermarlo prendendolo per i capelli, ma erano talmente sudici che gli scivolarono letteralmente tra le dita e Thrall emerse sopra coperta.
«Thrall!» lo richiamò a mezza voce, affrettandosi a seguirlo prima che venisse sopraffatto; tuttavia, si bloccò a metà della scala, raggelato da un latrato di barbara rabbia mista a furia omicida che fuoriuscì - con sua enorme sorpresa - dalla gola di Thrall.
Dopo appena pochi secondi il Troll percepì il legno sotto di lui tremare dello scalpiccio di numerosi piedi pesanti e frettolosi. Incuriosito, coprì la distanza che lo separava dall’uscita in fretta e si accovacciò a spiare attraverso le gambe leggermente divaricate di Thrall cosa stesse accadendo lì fuori. Rimase basito a fissare i Peoni della Faccia da Ogre - tale era il nome con cui si identificava la bassa manovalanza orchesca - che scappavano in preda al panico verso la fiancata della nave che non dava sul pontile d’attracco. Il rumore di numerosi pesi che cadevano in acqua gli fece intuire cosa stessero facendo anche se la scena era fuori della sua visuale.
Vol’jin si ritrasse a guardare Thrall da dietro la schiena, stupito.
«Cumpà, che polmoni!» esclamò.
L’Orco grugnì a malapena, ma il Troll non era neanche sicuro che il verso fosse rivolto a lui. Avanzò di buon passo in direzione della passerella, seguito da Vol’jin.
Una volta scesi, Thrall si guardò intorno con meraviglia: era da così tanti anni che non vedeva il mondo esterno!
«Da chesta parte, veloce!» esclamò il Troll, facendo cenno all’Orco di seguirlo.
Attraversarono a piedi il molo, arrivando al pontile presso cui aveva attraccato la nave di Lor'themar. Nessuno li vide nonostante lo stravagante aspetto del suo accompagnatore, e i due salirono a bordo della nave, o meglio Thrall lo fece.
Vol’jin fu trattenuto sul pontile dalla scena del resto dell’equipaggio che si avvicinava lentamente, abbastanza malconcio e con Varok e Broxigar in testa, ciascuno con un corpo tra le braccia.

Lor'themar si risvegliò con un atroce mal di testa e dolori in ogni parte del corpo, ma almeno era ancora vivo e, cosa ancora più importante, l’occhio buono c’era ancora e continuava a fare il suo dovere, anche se al momento la vista gli risultava un poco sfuocata.
C’era qualcun altro con lui seduto sul bordo della sua cuccetta: due ombre incombevano su di lui, figure che non riusciva ancora a mettere bene a fuoco.
L’Elfo del Sangue scattò seduto e così facendo finì col rovesciare una ciotola che uno dei due stava tenendo sollevata. Il contenuto - decisamente caldo - gli finì tutto sulle coperte, strappandogli un gemito di dolore.
«Capitano, si calmi! Siamo noi!» esclamò la familiare voce di Mylra. Lor'themar si rannicchiò in una metà del letto mentre la Nana scendeva e toglieva le coperte di mezzo.
«Rehgar vai a dire agli altri che si è svegliato» esclamò.
L’altra figura grugnì e si allontanò rapidamente, uscendo a grandi passi dalla cabina.
«Capitano si alzi, le cambio le coperte» esclamò la Nana, prendendolo gentilmente per il polso e aiutandolo ad alzarsi. Theron strinse i denti percependo fitte ai fianchi e alle gambe e barcollò leggermente a causa del mal di testa. Per fortuna Mylra lo teneva, altrimenti sarebbe caduto come un sasso sul pavimento.
«Posso capire che il brodo di verdure possa non essere il suo piatto preferito, ma rovesciarlo su tutto il letto mi sembra esagerato!» brontolò in tono ilare, aiutando il Sin’dorei a sedersi al tavolo con le carte nautiche.
Lor'themar accennò un sorriso per quella specie di battuta, poi la sua espressione mutò di colpo pensando a chi era che tipicamente cucinava a bordo.
«Liadrin!» esclamò alzandosi di scatto dalla sedia, una smorfia di orrore e preoccupazione a deformargli i bei lineamenti raffinati del viso. Vacillò e ricadde sulla sedia mentre il ricordo dello scempio che aveva visto alla taverna tornava vivido e prepotente a tormentarlo.
Mylra si girò a guardarlo con espressione momentaneamente sorpresa, poi mesta.
«Capitano… Liadrin è…» la Nana non riuscì a terminare la frase ma Lor'themar capì ugualmente cosa stava cercando di dirgli.
Si accasciò sulla sua sedia, sfinito come se non avesse chiuso occhio da giorni. In cuor suo era certo che non potesse che essere morta. Quello squarcio in mezzo alla gola, tutto quel sangue… non avrebbe avuto nessuna possibilità neanche remota di farcela.
«Vol’jin…? Non può fare niente?» chiese. Era una domanda stupida della quale sapeva già la risposta, ma aveva bisogno di sentirla da un altro.
«Vol’jin si è rifiutato di ripetere ciò che ha fatto con Sylvanas con il… corpo di Liadrin» spiegò Mylra, mortificata. Almeno non lo aveva definito “cadavere”.
Lor'themar sospirò pesantemente, affondando la faccia tra le mani. Liadrin era una brava persona, non si meritava una fine così orrenda e prematura. Per la seconda volta Garrosh e i suoi erano implicati nella morte di un membro del suo equipaggio, però stavolta non c’era nessuna chance di riportarlo in vita. Vol’jin gli aveva già detto di aver rinunciato alla pratica del vudù dopo aver riportato Sylvanas dal regno di Bwonsamdi - il Loa che regnava sugli spiriti dei morti. Aveva detto che c’era qualcosa che era andato irrimediabilmente storto con il suo spirito. Lor'themar percepiva il cambiamento che era avvenuto in Sylvanas dopo la resurrezione, ma Vol’jin pareva percepirlo in maniera molto più profonda e lui non era un capitano tiranno come Garrosh. Non avrebbe costretto Vol’jin a riportare indietro Liadrin se non voleva farlo.
Al pensiero dell’Elfa del Sangue ormai deceduta si affiancò improvvisamente un altro tipo di riflessione, di carattere decisamente più pratico e immediato.
«Dovremmo cercare un sostituto che si occupi dei pasti» disse a mezza voce «Mylra, puoi occupartene tu fino a che non ne troviamo uno?».
La Nana stavolta lo guardò con cipiglio stranamente allegro.
«Abbiamo già un ottimo sostituto, capitano!» gli comunicò «Se ce la fa a camminare glielo presento».
Lor'themar corrugò le lunghe sopracciglia.
«Dove lo avete trovato?» indagò con espressione perplessa.
«Vol’jin lo ha riportato dalla sua… visita» spiegò Mylra.
L’Elfo del Sangue si ricordò solo allora di ciò che aveva “suggerito” al Troll prima di scendere a terra e andare verso la taverna.
«Ha rapito il cuoco di bordo?» chiese il Sin’dorei mentre si alzava in piedi pian piano.
«Oh, nient’affatto! Non mi sarei mai abbassata a lavorare in cucina con un Orco senza cervello… neanche per poter tenere l’equipaggio a pancia piena!» ribatté Mylra con decisione mentre terminava di sistemare le coperte nuove.
Lor'themar l’aspettava vicino alla porta. La Nana lo raggiunse nel giro di poco e insieme uscirono nel piccolo corridoio, percorrendolo fin quasi sopra coperta. Aggirarono la scala e proseguirono a dritto.
Lor'themar silenziosamente si interrogava su che tipo di persona fosse il nuovo cuoco arruolato sulla nave di Garrosh. Se Mylra ne era tanto entusiasta doveva essere un tipo speciale e lui era curioso di conoscerlo.
Dall’esterno provenivano i rumori tipici delle attività in pieno svolgimento in una nave che era per mare - Theron aveva percepito una lieve oscillazione del pavimento uscendo dalla sua cabina - mentre sottocoperta c’era abbastanza silenzio.
Man mano che si avvicinavano alla cucina l’aroma di cibo diventava più intenso, risvegliando l’appetito sopito del capitano. Liadrin era abbastanza pratica di cucina, ma quello che stava sentendo Lor'themar era l’odore di cibo preparato da qualcuno che ne sapeva davvero tanto. La sua curiosità aumentò.
Mylra camminava davanti al Sin’dorei tenendo il suo stesso passo. Quando finalmente arrivarono alle porte della cucina, la Nana entrò per prima, tenendo la porta aperta per il capitano.
Là dentro il profumo era davvero forte, tanto che Lor'themar cominciò a salivare per l’appetito. Sul tavolo c’erano verdure tagliate, ciotole con tranci di carne, barattoli contenenti polveri, liquidi e quant’altro.
Nella stanzetta adiacente si trovava la zona cottura, separata da un piccolo arco aperto.
«Thrall! Vieni di qua un momento per favore?» chiamò Mylra a voce alta, avvicinandosi alla porta. In quel momento somigliava molto alla sua controparte orchesca.
Lor'themar rimase in paziente attesa di lato, lontano dal tavolo per evitare di fare danni se fosse caduto: pur riuscendo a rimanere in piedi, ancora aveva mal di testa e un poco di vertigini.
Il nuovo “proprietario” della cucina non si fece attendere a lungo: un Orco comparve nel vano della porta, occupandola tutta con la sua stazza.
La prima cosa che Theron notò fu la postura dritta con un fuso, come la sua. Le sue spalle erano molto meno larghe di quelle dei Saurfang e di Rehgar e soprattutto di quelle di Garrosh, però apparivano più possenti. Probabilmente era per la sua stazione completamente eretta.
Indossava solo un paio di braghe di tela che non erano della sua misura e che reggeva in posizione con una cintura chiusa un poco più stretta del normale. Rehgar ad occhio e croce era più basso di lui, per cui dovevano essere dei pantaloni di Varok o Broxigar. Non si sorprese per niente del fatto che avesse bisogno di una cintura per tenerli su: lui era più smilzo dei Saurfang.
Aveva i capelli neri e folti, lunghi fino a metà schiena. Solo i ciuffi più vicini al viso erano stati tirati indietro e raccolti in una coda alta dietro la testa, per tenerli lontani dal cibo.
La barba era anch’essa molto folta e gli percorreva lungo il bordo l’intera mandibola. Sembrava tagliata da poco e nel complesso l’Orco pareva essersi tirato a lucido di recente.
Sul torace nudo indossava uno striminzito grembiule bianco che sicuramente doveva aver trovato lì in cucina e quindi essere appartenuto a Liadrin.
L’Orco si pulì le mani nel grembiule con aria imbarazzata e chinò goffamente il capo verso Lor’themar.
«Lei deve essere il capitano. Io sono Thrall» disse il cuoco.
Guardandolo meglio in faccia, Theron si accorse che aveva gli occhi di un bell’azzurro limpido e chiaro. Era il primo Orco che incontrava con un simile colore delle iridi.
Non sembrava per niente il tipo da stare sotto il comando di quella testa vuota di Garrosh.
«Perché uno come te era parte dell’equipaggio di Hellscream?» replicò Lor'themar inarcando un sopracciglio.
L’espressione del diretto interessato si fece molto più dura e rabbiosa. Strinse le mani sul grembiule, come se così facendo fosse in grado di mitigare la sua furia e trattenersi dallo sfogarla sul suo interlocutore.
«Non ero nella ciurma di Garrosh. Ero il suo… schiavo sessuale» rispose. Chiaramente non aveva voglia di discutere in merito.
Lor'themar rimase momentaneamente stupito: Garrosh aveva certe inclinazioni sessuali? Non sembrava per niente il tipo, specialmente considerato che gli piaceva circondarsi di donne.
«Mi dispiace» fu tutto ciò che l’Elfo del Sangue riuscì a dire «Sei il benvenuto nel mio equipaggio» aggiunse poco dopo.
«Grazie, capitano Theron» Thrall chinò un’altra volta il capo verso di lui «Vogliate scusarmi, devo tornare ad occuparmi dello stufato...».
«Tutto l’equipaggio ama la cucina di Thrall!» esclamò Mylra, dando di gomito nel bacino dell’Orco, il quale esibì un sorrisetto imbarazzato.
«Allora non vedo l’ora di poter assaggiare il tuo stufato questa sera per cena!» esclamò il capitano, prevenendo qualsiasi replica da parte del cuoco.
«Sono lusingato dalle vostre aspettative, capitano» disse l’Orco, raddrizzandosi in tutta la sua statura «Sarò all’altezza!» esclamò con determinazione.
Lor'themar rise piano, nonostante sentisse dolore nel farlo. Si avvicinò a Thrall e gli batté una pacca forte sulla spalla.
«Benvenuto a bordo!».
L’Orco lo guardò per un momento, spiazzato, poi sorrise.
«Grazie, capitano Theron».

July 2017

S M T W T F S
      1
2345678
9101112131415
16171819202122
2324 2526272829
3031     

Tags