Poi arte, prima... inglese
Feb. 16th, 2012 11:44 amTitolo: Poi arte, prima... inglese
Rating: Verde
Genere: Generale, Slice of life
Personaggi: Antonio Fernandez Carriedo (Spagna), Arthur Kirkland (Inghilterra), Francis Bonnefoy (Francia), Ludwig (Germania), Seychelles
Wordcount: 1818 (
fiumidiparole)
Prompt: Poi per la Missione 2 dei Magic Sticks per la quarta settimana del COW-T 2 @
maridichallenge
Note: possibili OOC, School!AU
Un riecheggiare forte di tacchi si udì nel corridoio, in progressivo avvicinamento.
Francia, seduto con le gambe accavallate al suo banco, storse le labbra con disappunto, portando la mano sinistra a sorreggere il mento.
Era diventato un suono talmente abituale, quello, che ormai non riusciva più a sbagliarsi quando lo udiva: il rumore di quei tacchi l'avrebbe inseguito fino in capo al mondo, ne era certo. Un giorno avrebbe anche potuto trovarlo in uno dei suoi incubi, chissà.
Fatto stava che quel rumore segnava l’inizio di un supplizio che si rinnovava settimana dopo settimana, purtroppo.
«Good morning, guys!».
Un riecheggiare forte di tacchi si udì nel corridoio, in progressivo avvicinamento.
Francia, seduto con le gambe accavallate al suo banco, storse le labbra con disappunto, portando la mano sinistra a sorreggere il mento.
Era diventato un suono talmente abituale, quello, che ormai non riusciva più a sbagliarsi quando lo udiva: il rumore di quei tacchi l'avrebbe inseguito fino in capo al mondo, ne era certo. Un giorno avrebbe anche potuto trovarlo in uno dei suoi incubi, chissà.
Fatto stava che quel rumore segnava l’inizio di un supplizio che si rinnovava settimana dopo settimana, purtroppo.
«Good morning, guys!».
La professoressa d'inglese fece il suo ingresso in aula, un sorriso cordiale in viso.
Francis distolse lo sguardo quando diede il buongiorno alla classe. In realtà, non aveva capito quello che aveva detto. Semplicemente, ne aveva intuito il significato dopo innumerevoli volte che, varcando la soglia, pronunciava quelle stesse parole.
Lui odiava le altre lingue, l'inglese in particolare. Perché non poteva parlare semplicemente francese, la sua lingua madre e prediletta, la "lingua dell'amore"?
Che senso aveva studiare una lingua difficile e priva di fascino come l'inglese?
L'insegnante che andò a prendere posto dietro la cattedra era una giovanissima donna dai capelli castani raccolti da due nastri rossi in altrettante code ai lati del capo, l'espressione carina e gentile. Il suo nome era Seychelles.
Da quanto ne sapeva Francia - e si era impegnato parecchio, ovviamente, per raccogliere informazioni - Seychelles aveva avuto modo di studiare l'inglese ad Oxford, uno dei più famosi e prestigiosi luoghi di formazione scolastica.
La professoressa estrasse il proprio registro dalla borsa.
Francis avrebbe voluto andarsene, magari fingendosi malato, ma se era ancora al suo posto, pronto a sopportare un’altra lezione, aveva una ragione più che valida: dopo quell'ora di tortura ci sarebbero state due ore di arte.
Il francese amava le lezioni d'arte. Erano le uniche in cui riuscisse ad esprimere il suo innegabile buongusto estetico.
Non aspettava altro che quelle per tutta la settimana.
Finito l'appello, Seychelles si rivolse ai suoi studenti: «Oggi interroghiamo. Avete studiato, vero?».
Un coro di protesta si levò dai ragazzi, ma il Bonnefoy non vi prese parte, così come Alfred ed Arthur.
Francis lanciò un'occhiataccia di sbieco ai due, seduti l'uno accanto all'altro dalla parte opposta dell'aula. Quei due erano i preferiti della professoressa, per ovvie ragioni.
Francia non riusciva a sopportare l'atteggiamento che assumeva Inghilterra a lezione: cercava di mettersi sempre in mostra in ogni modo possibile. Ovviamente, nessuno degli altri suoi compagni di classe riusciva a reggere il confronto: la sua nazionalità puramente inglese lo metteva su un piano completamente differente e superiore. Il suo accento era perfetto, così come la sua scansione delle parole - per non parlare dell'ignobile sfoggio che faceva della sua capacità di rielaborazione di testi e frasi.
Alfred, invece, pur sapendo di essere nelle grazie dell'insegnante, si comportava come qualsiasi altro studente, ossia impegnandosi quel tanto che la sua voglia di studiare gli consentiva.
«Su, non fate chiasso! Ci sono volontari...?» chiese Seychelles passando in rassegna tutti con lo sguardo.
Inghilterra alzò la mano, come al solito.
«Mi dispiace, ma ti ho già interrogato» disse, e dal tono sembrava che le dispiacesse veramente tanto.
Arthur abbassò la mano senza battere ciglio, compiaciuto dal modo con cui la docente gli aveva rifiutato l’interrogazione.
«Non ci sono altri volontari? No? Bene, vorrà dire che chiamerò io...».
La castana iniziò a scorrere il registro mentre Francia, al proprio posto, sfogliava il libro di letteratura inglese senza curarsi per niente di cercare di capire il significato delle sparute parole che gli saltavano all’occhio.
Contrariamente a lui Spagna - il suo compagno di banco - stava sudando freddo, gli occhi incollati alla docente come se questa fosse una sorta di giudice supremo cui spettava l'apposizione o meno di una qualche sentenza capitale.
Era palese che - come suo solito - non avesse studiato. Francia si appuntò mentalmente di chiedergli cos’avesse fatto il giorno prima con Romano, magari proprio durante l’ora d’arte. Quando non studiava, il Carriedo era sempre insieme al maggiore dei due Vargas, ed il Bonnefoy - da bravo pettegolo quale era - s’informava sempre in un modo o in un altro circa quello che Antonio combinava con Lovino.
Quando però si arrivava alle interrogazioni - o, peggio, ai compiti - lo spagnolo iniziava ad agitarsi in modo piuttosto evidente. La sua inquietudine risultava a dir poco ridicola agli occhi del compagno, il quale per parte propria non voleva essere interrogato - ovviamente - però lo mascherava in modo a dir poco impeccabile.
«Ehi, Spagna piantala. Non risolvi niente agitandoti...!» fece presente Francis a bassa voce.
Fernandez fece per replicare quando la voce della docente risuonò chiara e cristallina: «Francia e Germania! Coraggio, venite alla cattedra».
Di bene in meglio. Già quell'ora era una tortura da sopportare quando spiegava, figurarsi se interrogava...!
«L'ora d'arte. Poi c'è l'ora d'arte... resisti per quella...!» si ricordò, mentre si alzava.
Ludwig, due banchi avanti al suo, era già in piedi e stava spostando la sua sedia verso la cattedra.
Il Bonnefoy iniziò a muoversi, alzandosi e trasportando la sedia sopra la testa. Mentre camminava, udì Kirkland ridacchiare in tono di palese scherno. Se non ci fosse stata l'insegnante, il francese non avrebbe minimamente esitato a rispondergli per le rime: gli dava sui nervi il suo atteggiamento arrogante e superiore e non aveva intenzione di far la parte dell’imbecille da prendere in giro ad oltranza.
Si sedette al fianco del tedesco scoccando a quest’ultimo un'occhiata poco entusiasta: Francia non andava molto d'accordo con Germania, ed il sentimento era reciproco.
«La lezione d'arte. Poi c'è arte...» si ripeté mentalmente il Bonnefoy per l'ennesima volta, mentre l'insegnante si rivolgeva al tedesco.
Gli domandò qualcosa e Francis non si sorprese di non aver capito una sola parola di quel che aveva appena detto. Al contrario, Ludwig pareva aver compreso alla perfezione, perché iniziò subito a parlare.
Le tracce del suo accento d'origine erano palesi e forti e talvolta condizionavano in maniera radicale il suo modo di scandire le parole, tanto da compromettere di molto la comprensione alla donna; tuttavia, persino Francis vedeva che si stava impegnando per risultare quanto più chiaro possibile nella pronuncia.
Terminato che ebbe di rispondere, la docente gli pose un’altra domanda e poi un'altra ancora.
Ad ogni domanda corrispondeva una risposta immediata, più o meno prolissa, che Ludwig forniva rimanendo serio e con gli occhi puntati sul viso della sua interlocutrice, come se non esistesse nient’altro al di fuori di loro due all'interno della stanza.
Il francese trovava inquietante quel suo atteggiamento così greve e ligio al dovere.
I minuti parvero prolungarsi all'infinito ai sensi del Bonnefoy, il quale - pur fingendosi interessato - seguiva solo marginalmente lo scambio di battute tra il tedesco e l'insegnante. Le loro parole gli arrivavano alle orecchie come un incomprensibile borbottio senza capo né coda. I suoi pensieri erano rivolti altrove, al momento in cui avrebbe udito la voce della professoressa d'arte annunciare il suo ingresso in aula.
Doveva solo resistere fino alla fine dell'ora.
Quando Germania concluse la sua esposizione e la docente annuendo si rivolse finalmente a Francis, quest’ultimo ebbe il tempo di lanciare fugacemente un'occhiata all'orologio da polso che il suo "compagno di sventura" indossava. Si rallegrò interiormente del fatto che mancassero appena dieci minuti al termine della lezione. Alla fine, aveva praticamente parlato solo Germania, per sua fortuna.
«Now, France...» esordì la donna «What about Shakespeare's life?».
Dell'intera frase, il Bonnefoy aveva capito solamente "Shakespeare", e gli sembrava già un’impresa straordinaria.
Tacque per qualche momento, pensando a cosa potersi inventare. Le alternative erano semplici quanto mai banali: poteva fare scena muta - dando così ampio modo ad Inghilterra di ridere di lui alle sue spalle per giorni, se non settimane - oppure provare ad arrangiare un discorso con le scarsissime conoscenze che aveva.
Oltre a ciò doveva anche cercare di parlare di un argomento inerente alla domanda che gli era stata posta, e l'unico modo per farlo era sperare di indovinare. Dalle sue conoscenze antecedenti circa Shakespeare, ciò che sapeva era la trama della sua opera più famosa, il “Romeo e Giulietta”.
Francis non era certo tipo da arrendersi senza neppure tentare, considerato anche il fatto che c'era il britannico presente. Fu così che iniziò a parlare del “Romeo e Giulietta” in un francese straziato che cercava di far somigliare quanto più possibile ad un inglese piuttosto grezzo e dozzinale. Mentre parlava cercava anche di apparire convinto di ciò che stava dicendo gesticolando con le mani, com'era solito fare quando spettegolava durante la breve pausa di metà mattina.
Seychelles lo fissava a bocca aperta; Germania, ancora peggio, lo guardava ad occhi sbarrati. Sembrava allucinato, come se avesse visto un fantasma.
Gli altri compagni, liberi dal terrore di essere le vittime odierne della professoressa, non si curavano minimamente di seguire quanto stava accadendo intorno alla cattedra. Tutti erano felicemente impegnati a chiacchierare tra di loro a bassa voce, creando un brusio fastidioso ma tutto sommato contenuto.
L'unico che pareva prestare la propria attenzione all'interrogazione era Inghilterra, il quale cercava di contenere le risate per quanto stava dicendo Francia: la lingua in cui stava parlando era un ibrido di solo lui sapeva cosa. Era un idiota se s'illudeva di riuscire a guadagnarsi anche solo una misera sufficienza con un espediente del genere.
«Francia...» lo interruppe all'improvviso Seychelles, guardandolo impietosita «Io ti avevo chiesto di parlarmi della vita di Shakespeare...».
«Ah...» fu tutto ciò che riuscì a dire il francese.
Arthur, dal suo posto, si stava godendo appieno la scena: adorava veder Francia fare pessime figure in pubblico - anche se in quel frangente gli spettatori del disastro si contavano sulle dita di una mano.
«Comunque, a parte il contenuto completamente incoerente con la domanda...» riprese il discorso la professoressa «Non ci siamo per niente con la lingua. Non hai nemmeno le basi per fare le frasi più semplici. Tutto quel che ho sentito era... un bizzarro modo di accentare parole francesi».
In quel momento squillò la campanella e Francia tirò un sospiro di sollievo: la tanto attesa fine dell'ora di inglese era giunta.
«Germania, complimenti sei stato bravo. Esercitati ancora un po' sulla pronuncia, okay? Comunque, è un otto...» si congratulò la docente, congedandolo.
«Quanto a te Francia, non ci siamo proprio, ancora... per cui è un tre» annunciò Seychelles, solenne e tragica al tempo stesso, annotando il voto sul registro.
Un'altra valutazione negativa. Ormai il Bonnefoy aveva perso il conto di quante ne avesse collezionate in quella materia.
Senza dire niente, se ne tornò a posto, sistemando la sedia al banco e prendendo nuovamente posto al fianco di Spagna.
«Ehi, Francia, mi spieghi una cosa?» esclamò Antonio all'improvviso, voltandosi verso di lui con espressione piena di perplessità «Perché sei venuto in questa scuola pur sapendo che come lingua straniera si studiava l'inglese?».
Era da un po’ che gli ronzava in testa quella domanda: il suo compagno di banco non si applicava minimamente nello studio della lingua. Se avesse proseguito su quella strada sarebbe stato costretto a ripetere l’anno.
Francis portò la mano destra a sorreggergli il mento, sorridendo con l’aria tipica di chi sa qualcosa che reputa troppo difficile per la comprensione altrui.
«Per il corso d'arte» replicò prontamente come se fosse la cosa più ovvia del mondo «Solo ed esclusivamente per il corso d'arte» rimarcò.
Rating: Verde
Genere: Generale, Slice of life
Personaggi: Antonio Fernandez Carriedo (Spagna), Arthur Kirkland (Inghilterra), Francis Bonnefoy (Francia), Ludwig (Germania), Seychelles
Wordcount: 1818 (
Prompt: Poi per la Missione 2 dei Magic Sticks per la quarta settimana del COW-T 2 @
Note: possibili OOC, School!AU
Un riecheggiare forte di tacchi si udì nel corridoio, in progressivo avvicinamento.
Francia, seduto con le gambe accavallate al suo banco, storse le labbra con disappunto, portando la mano sinistra a sorreggere il mento.
Era diventato un suono talmente abituale, quello, che ormai non riusciva più a sbagliarsi quando lo udiva: il rumore di quei tacchi l'avrebbe inseguito fino in capo al mondo, ne era certo. Un giorno avrebbe anche potuto trovarlo in uno dei suoi incubi, chissà.
Fatto stava che quel rumore segnava l’inizio di un supplizio che si rinnovava settimana dopo settimana, purtroppo.
«Good morning, guys!».
Un riecheggiare forte di tacchi si udì nel corridoio, in progressivo avvicinamento.
Francia, seduto con le gambe accavallate al suo banco, storse le labbra con disappunto, portando la mano sinistra a sorreggere il mento.
Era diventato un suono talmente abituale, quello, che ormai non riusciva più a sbagliarsi quando lo udiva: il rumore di quei tacchi l'avrebbe inseguito fino in capo al mondo, ne era certo. Un giorno avrebbe anche potuto trovarlo in uno dei suoi incubi, chissà.
Fatto stava che quel rumore segnava l’inizio di un supplizio che si rinnovava settimana dopo settimana, purtroppo.
«Good morning, guys!».
La professoressa d'inglese fece il suo ingresso in aula, un sorriso cordiale in viso.
Francis distolse lo sguardo quando diede il buongiorno alla classe. In realtà, non aveva capito quello che aveva detto. Semplicemente, ne aveva intuito il significato dopo innumerevoli volte che, varcando la soglia, pronunciava quelle stesse parole.
Lui odiava le altre lingue, l'inglese in particolare. Perché non poteva parlare semplicemente francese, la sua lingua madre e prediletta, la "lingua dell'amore"?
Che senso aveva studiare una lingua difficile e priva di fascino come l'inglese?
L'insegnante che andò a prendere posto dietro la cattedra era una giovanissima donna dai capelli castani raccolti da due nastri rossi in altrettante code ai lati del capo, l'espressione carina e gentile. Il suo nome era Seychelles.
Da quanto ne sapeva Francia - e si era impegnato parecchio, ovviamente, per raccogliere informazioni - Seychelles aveva avuto modo di studiare l'inglese ad Oxford, uno dei più famosi e prestigiosi luoghi di formazione scolastica.
La professoressa estrasse il proprio registro dalla borsa.
Francis avrebbe voluto andarsene, magari fingendosi malato, ma se era ancora al suo posto, pronto a sopportare un’altra lezione, aveva una ragione più che valida: dopo quell'ora di tortura ci sarebbero state due ore di arte.
Il francese amava le lezioni d'arte. Erano le uniche in cui riuscisse ad esprimere il suo innegabile buongusto estetico.
Non aspettava altro che quelle per tutta la settimana.
Finito l'appello, Seychelles si rivolse ai suoi studenti: «Oggi interroghiamo. Avete studiato, vero?».
Un coro di protesta si levò dai ragazzi, ma il Bonnefoy non vi prese parte, così come Alfred ed Arthur.
Francis lanciò un'occhiataccia di sbieco ai due, seduti l'uno accanto all'altro dalla parte opposta dell'aula. Quei due erano i preferiti della professoressa, per ovvie ragioni.
Francia non riusciva a sopportare l'atteggiamento che assumeva Inghilterra a lezione: cercava di mettersi sempre in mostra in ogni modo possibile. Ovviamente, nessuno degli altri suoi compagni di classe riusciva a reggere il confronto: la sua nazionalità puramente inglese lo metteva su un piano completamente differente e superiore. Il suo accento era perfetto, così come la sua scansione delle parole - per non parlare dell'ignobile sfoggio che faceva della sua capacità di rielaborazione di testi e frasi.
Alfred, invece, pur sapendo di essere nelle grazie dell'insegnante, si comportava come qualsiasi altro studente, ossia impegnandosi quel tanto che la sua voglia di studiare gli consentiva.
«Su, non fate chiasso! Ci sono volontari...?» chiese Seychelles passando in rassegna tutti con lo sguardo.
Inghilterra alzò la mano, come al solito.
«Mi dispiace, ma ti ho già interrogato» disse, e dal tono sembrava che le dispiacesse veramente tanto.
Arthur abbassò la mano senza battere ciglio, compiaciuto dal modo con cui la docente gli aveva rifiutato l’interrogazione.
«Non ci sono altri volontari? No? Bene, vorrà dire che chiamerò io...».
La castana iniziò a scorrere il registro mentre Francia, al proprio posto, sfogliava il libro di letteratura inglese senza curarsi per niente di cercare di capire il significato delle sparute parole che gli saltavano all’occhio.
Contrariamente a lui Spagna - il suo compagno di banco - stava sudando freddo, gli occhi incollati alla docente come se questa fosse una sorta di giudice supremo cui spettava l'apposizione o meno di una qualche sentenza capitale.
Era palese che - come suo solito - non avesse studiato. Francia si appuntò mentalmente di chiedergli cos’avesse fatto il giorno prima con Romano, magari proprio durante l’ora d’arte. Quando non studiava, il Carriedo era sempre insieme al maggiore dei due Vargas, ed il Bonnefoy - da bravo pettegolo quale era - s’informava sempre in un modo o in un altro circa quello che Antonio combinava con Lovino.
Quando però si arrivava alle interrogazioni - o, peggio, ai compiti - lo spagnolo iniziava ad agitarsi in modo piuttosto evidente. La sua inquietudine risultava a dir poco ridicola agli occhi del compagno, il quale per parte propria non voleva essere interrogato - ovviamente - però lo mascherava in modo a dir poco impeccabile.
«Ehi, Spagna piantala. Non risolvi niente agitandoti...!» fece presente Francis a bassa voce.
Fernandez fece per replicare quando la voce della docente risuonò chiara e cristallina: «Francia e Germania! Coraggio, venite alla cattedra».
Di bene in meglio. Già quell'ora era una tortura da sopportare quando spiegava, figurarsi se interrogava...!
«L'ora d'arte. Poi c'è l'ora d'arte... resisti per quella...!» si ricordò, mentre si alzava.
Ludwig, due banchi avanti al suo, era già in piedi e stava spostando la sua sedia verso la cattedra.
Il Bonnefoy iniziò a muoversi, alzandosi e trasportando la sedia sopra la testa. Mentre camminava, udì Kirkland ridacchiare in tono di palese scherno. Se non ci fosse stata l'insegnante, il francese non avrebbe minimamente esitato a rispondergli per le rime: gli dava sui nervi il suo atteggiamento arrogante e superiore e non aveva intenzione di far la parte dell’imbecille da prendere in giro ad oltranza.
Si sedette al fianco del tedesco scoccando a quest’ultimo un'occhiata poco entusiasta: Francia non andava molto d'accordo con Germania, ed il sentimento era reciproco.
«La lezione d'arte. Poi c'è arte...» si ripeté mentalmente il Bonnefoy per l'ennesima volta, mentre l'insegnante si rivolgeva al tedesco.
Gli domandò qualcosa e Francis non si sorprese di non aver capito una sola parola di quel che aveva appena detto. Al contrario, Ludwig pareva aver compreso alla perfezione, perché iniziò subito a parlare.
Le tracce del suo accento d'origine erano palesi e forti e talvolta condizionavano in maniera radicale il suo modo di scandire le parole, tanto da compromettere di molto la comprensione alla donna; tuttavia, persino Francis vedeva che si stava impegnando per risultare quanto più chiaro possibile nella pronuncia.
Terminato che ebbe di rispondere, la docente gli pose un’altra domanda e poi un'altra ancora.
Ad ogni domanda corrispondeva una risposta immediata, più o meno prolissa, che Ludwig forniva rimanendo serio e con gli occhi puntati sul viso della sua interlocutrice, come se non esistesse nient’altro al di fuori di loro due all'interno della stanza.
Il francese trovava inquietante quel suo atteggiamento così greve e ligio al dovere.
I minuti parvero prolungarsi all'infinito ai sensi del Bonnefoy, il quale - pur fingendosi interessato - seguiva solo marginalmente lo scambio di battute tra il tedesco e l'insegnante. Le loro parole gli arrivavano alle orecchie come un incomprensibile borbottio senza capo né coda. I suoi pensieri erano rivolti altrove, al momento in cui avrebbe udito la voce della professoressa d'arte annunciare il suo ingresso in aula.
Doveva solo resistere fino alla fine dell'ora.
Quando Germania concluse la sua esposizione e la docente annuendo si rivolse finalmente a Francis, quest’ultimo ebbe il tempo di lanciare fugacemente un'occhiata all'orologio da polso che il suo "compagno di sventura" indossava. Si rallegrò interiormente del fatto che mancassero appena dieci minuti al termine della lezione. Alla fine, aveva praticamente parlato solo Germania, per sua fortuna.
«Now, France...» esordì la donna «What about Shakespeare's life?».
Dell'intera frase, il Bonnefoy aveva capito solamente "Shakespeare", e gli sembrava già un’impresa straordinaria.
Tacque per qualche momento, pensando a cosa potersi inventare. Le alternative erano semplici quanto mai banali: poteva fare scena muta - dando così ampio modo ad Inghilterra di ridere di lui alle sue spalle per giorni, se non settimane - oppure provare ad arrangiare un discorso con le scarsissime conoscenze che aveva.
Oltre a ciò doveva anche cercare di parlare di un argomento inerente alla domanda che gli era stata posta, e l'unico modo per farlo era sperare di indovinare. Dalle sue conoscenze antecedenti circa Shakespeare, ciò che sapeva era la trama della sua opera più famosa, il “Romeo e Giulietta”.
Francis non era certo tipo da arrendersi senza neppure tentare, considerato anche il fatto che c'era il britannico presente. Fu così che iniziò a parlare del “Romeo e Giulietta” in un francese straziato che cercava di far somigliare quanto più possibile ad un inglese piuttosto grezzo e dozzinale. Mentre parlava cercava anche di apparire convinto di ciò che stava dicendo gesticolando con le mani, com'era solito fare quando spettegolava durante la breve pausa di metà mattina.
Seychelles lo fissava a bocca aperta; Germania, ancora peggio, lo guardava ad occhi sbarrati. Sembrava allucinato, come se avesse visto un fantasma.
Gli altri compagni, liberi dal terrore di essere le vittime odierne della professoressa, non si curavano minimamente di seguire quanto stava accadendo intorno alla cattedra. Tutti erano felicemente impegnati a chiacchierare tra di loro a bassa voce, creando un brusio fastidioso ma tutto sommato contenuto.
L'unico che pareva prestare la propria attenzione all'interrogazione era Inghilterra, il quale cercava di contenere le risate per quanto stava dicendo Francia: la lingua in cui stava parlando era un ibrido di solo lui sapeva cosa. Era un idiota se s'illudeva di riuscire a guadagnarsi anche solo una misera sufficienza con un espediente del genere.
«Francia...» lo interruppe all'improvviso Seychelles, guardandolo impietosita «Io ti avevo chiesto di parlarmi della vita di Shakespeare...».
«Ah...» fu tutto ciò che riuscì a dire il francese.
Arthur, dal suo posto, si stava godendo appieno la scena: adorava veder Francia fare pessime figure in pubblico - anche se in quel frangente gli spettatori del disastro si contavano sulle dita di una mano.
«Comunque, a parte il contenuto completamente incoerente con la domanda...» riprese il discorso la professoressa «Non ci siamo per niente con la lingua. Non hai nemmeno le basi per fare le frasi più semplici. Tutto quel che ho sentito era... un bizzarro modo di accentare parole francesi».
In quel momento squillò la campanella e Francia tirò un sospiro di sollievo: la tanto attesa fine dell'ora di inglese era giunta.
«Germania, complimenti sei stato bravo. Esercitati ancora un po' sulla pronuncia, okay? Comunque, è un otto...» si congratulò la docente, congedandolo.
«Quanto a te Francia, non ci siamo proprio, ancora... per cui è un tre» annunciò Seychelles, solenne e tragica al tempo stesso, annotando il voto sul registro.
Un'altra valutazione negativa. Ormai il Bonnefoy aveva perso il conto di quante ne avesse collezionate in quella materia.
Senza dire niente, se ne tornò a posto, sistemando la sedia al banco e prendendo nuovamente posto al fianco di Spagna.
«Ehi, Francia, mi spieghi una cosa?» esclamò Antonio all'improvviso, voltandosi verso di lui con espressione piena di perplessità «Perché sei venuto in questa scuola pur sapendo che come lingua straniera si studiava l'inglese?».
Era da un po’ che gli ronzava in testa quella domanda: il suo compagno di banco non si applicava minimamente nello studio della lingua. Se avesse proseguito su quella strada sarebbe stato costretto a ripetere l’anno.
Francis portò la mano destra a sorreggergli il mento, sorridendo con l’aria tipica di chi sa qualcosa che reputa troppo difficile per la comprensione altrui.
«Per il corso d'arte» replicò prontamente come se fosse la cosa più ovvia del mondo «Solo ed esclusivamente per il corso d'arte» rimarcò.